Le 100 candeline di Franca Valeri

Franca Valeri

L’importanza di essere Franca

Quante pagine di storia cento anni sono capaci di scrivere? E cosa scrive un secolo nel viso e nell’anima inconfondibile di Franca Valeri? La risposta sta tutta in quel sorriso ineffabile, in quell’esprit de finesse che la contraddistingue da sempre, il bel esprit che non l’avrebbe fatta sfigurare alla corte di Luigi XIV. E forse il suo segreto sta proprio nella leggerezza, nella capacità di fare del bon sens un gioco sottile, sofisticato, di prestidigitazione, nell’essere pirandellianamente uno, nessuno e centomila. Con il piglio di Ibsen, ha fatto sfilare davanti alla camera fotografica della sua capacità recitativa i caratteri, le tipologie umane, le nevrosi, l’insostenibile leggerezza dell’essere delle signore Cecioni, delle everywomen che sono lo sguardo al femminile sulla società, delle Simone de Beauvoir sul palcoscenico sociale, pronte a fare dell’altro sesso una rivoluzione copernicana.

Le sue sono donne, per affinità elettiva, beckettiane, che combattono tenacemente la loro battaglia tragicomica la vita nel ridotto di resistenza delle loro parole, potrebbero idealmente modificare l’assunto cartesiano nella formula: “Parlo dunque sono”. Ma hanno l’arma dell’ironia, di quella radice greca della parola eironeia ovvero la capacità di esprimere il contrario di ciò che si pensa, di quello che le parole significano. La Valeri con una risata seppellisce la paludata monotonia, il tedium vitae, in fondo tutte le sue caricature cercano buddhsticamente una liberazione dal dolore esistenziale, si arrabattano nella loro dolorosa vitalità, guardano la commedia umana con lo sguardo di un commediografo pronto a prendere spunto dai caratteri, dai molti vizi, e dalle poche virtù.

La signorina snob sembra essere in fondo l’archetipo di chi, con curiosità, decide di accomodarsi signorilmente dalla parte brechtiana del torto, e di raccontare quella platea attraverso l’umorismo, portentosa medicina contro la nausea esistenziale evocata da Sartre. Ha idealmente in tasca l’aforisma di quel poeta che le ha regalato il suo cognome d’arte, Paul Valery, “il vero snob è colui che non osa confessare che s’annoia quando s’annoia e che si diverte quando di diverte”, ovvero la maschera finge ciò che prova realmente, ed attraverso questo gioco comico, ma insieme tremendamente serio, racconta le dinamiche profonde, psichiche, dei personaggi. Si forma una solida esperienza teatrale all’interno della compagnia Teatro dei Gobbi formata, oltre che da lei, da Alberto Bonucci, poi sostituito con Luciano Salce e Vittorio Caprioli. Ha modo da lavorare scientificamente in questo laboratorio di comicità creando sketch satirici, veri e proprie momenti in cui ritrovare la pietra filosofale dell’umorismo, senza l’ausilio di scene e costumi, armata solo della propria vis comica. Lavora con Missiroli, Strehler, Patroni Griffi, e si confronta anche con la drammaturgia che non teme di dare schiaffi sonori al novecento, con Testori, Genet, portando in sempre in dote ai suoi personaggi la grazia incantatrice di una vera signora del palcoscenico.

Nel cinema Franca trova un terreno fertile per esprimere tutta la sua weltanschauung recitativa, nel film “Il segno di Venere” gioca al meglio un personaggio che ha un sapore esistenziale agrodolce, che deve barattare un bovarismo fané con minima moralia, ed un acuto sguardo ironico. E oltre la parola che dettaglia meglio di un ritrattista fiammingo, che batte se stessa sul foglio dell’esistenza più volte, per rendere più che leggibile il proprio tratto, c’è uno sguardo, anzi lo sguardo, il suo, insostituibile, vivace, curioso, che ogni tanto traguarda lateralmente verso l’alto in cerca di qualche malizioso sovrappensiero. La sua interpretazione nel Vedovo forma un perfetto, coreutico, pas de deux con Sordi, offre alla comica canaglieria del grande comico il contrappeso di una recitazione sorvegliata, di gesti e parole affilate come rasoi. Anche il suo cameo nel film Arrangiatevi riesce a regalare allo spettatore una persistenza retinica nella sua sensibilità, difficilmente cancellabile, il personaggio della ex prostituta dallo spirito deliziosamente grossier si fa ricordare.

L’immagine che meglio ne cattura lo spirito è quella della donna al telefono che fa degli occhi e della bocca una sottile danza, un pendolo di Foucault in grado di indicare il girare delle cose su stesse. Incarna magnificamente la signora della buona società, che filtra il mondo attraverso una cornetta, prova almeno ad immaginare i suoi beckettiani giorni felici, e fa passare i suoi interlocutori dal suono stesso della sua voce che sferza, interroga, incalza, riscattando Santippe, e regalando alla moglie di Socrate un ruolo irresistibilmente socratico. Ed ancora lascia un’indelebile traccia la sua sottile, aristocratica nasalità dei suoi fonemi, i quali indugiano ad arte su loro stessi, rimangono sospesi come ineffabili domande esistenziali, profondi ed al contempo leggeri come piume.

Danilo Caravà

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