La scenografia contemporanea a teatro oggi è un campo in continua evoluzione, fortemente influenzato da innovazioni tecnologiche, approcci interdisciplinari e una crescente attenzione all’esperienza immersiva del pubblico.
Lo scenografo e costumista Stefano Zullo, nel panorama teatrale italiano contemporaneo, si distingue per una ricerca scenografica profonda e sensibile, capace di coniugare estetica, drammaturgia e relazione.
Nato artisticamente a Milano, Zullo si è formato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha sviluppato una visione dello spazio scenico come luogo vivo, dinamico, in dialogo costante con attori e spettatori.
La sua attività si concentra principalmente nel teatro di prosa e musicale, ma si estende anche a progetti di arte installativa e interattiva, dove lo spazio scenico diventa proprio un’esperienza immersiva.
Collaboratore storico della compagnia A.T.I.R. diretta da Serena Sinigaglia, Zullo ha firmato scenografie e costumi per registi di grande sensibilità e innovazione, tra cui: Giorgio Sangati, Francesco Frongia e Riccardo Mallus.
La sua poetica scenografica si distingue per l’uso evocativo dei materiali, la cura del dettaglio e una forte attenzione alla drammaturgia dello spazio, intesa come narrazione visiva che accompagna e potenzia il testo teatrale.
Insegna drammaturgia dello spazio scenico presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.
Per saperne di più su questa bellissima arte, ma soprattutto per farvi conoscere chi dimostra in ogni spettacolo come la scenografia non sia solo decorazione ma linguaggio, un linguaggio che parla di emozioni, di relazioni, di spazi interiori ed esteriori, abbiamo incontrato Stefano Zullo al quale ho chiesto:
Quando, ma soprattutto perché nasce il tuo amore per il teatro, più precisamente per la scenografia?
Il mio incontro con il teatro è stato tanto folgorante quanto inatteso.
Anche se avevo studiato scenografia, il teatro non era l’ambito in cui pensavo di lavorare. Dopo gli studi ho iniziato a occuparmi di video e cinema, quasi per caso sono entrato in contatto con il teatro e da allora non l’ho più lasciato.
Sono sempre stato attratto dalla narrazione per immagini e dalle arti che mettono insieme linguaggi diversi. In teatro ho trovato un luogo dove ogni progetto nasce da una collaborazione tra persone con competenze differenti: questa dimensione collettiva è, ancora oggi, ciò che amo di più del mio lavoro.
Qual è il ruolo dello spazio scenico, nella narrazione teatrale?
Il ruolo dello spazio scenico cambia molto da uno spettacolo all’altro, proprio per questo è una delle prime domande da porsi quando si inizia un progetto.
Che sia realistico, astratto o simbolico, lo spazio scenico ha un potere immediato: orienta subito lo sguardo dello spettatore e crea un contesto emotivo.
Le immagini agiscono a un livello meno razionale rispetto alle parole, quindi anche una scelta di materiali o di colori può influenzare profondamente la lettura di ciò che accade in scena.
Piccola digressione, visto che hai citato la parola materiale… è più una mia curiosità.
Hai un materiale che ami particolarmente usare, ma difficilmente riesci ad utilizzare?
Non ho un materiale preciso ma amo tutto ciò che è fragile, effimero, temporaneo.
Spesso però questi elementi non sono pratici (per questioni di conservazione, costi o fragilità di trasporto) e quindi bisogna ricrearli con materiali più tradizionali.
Il risultato può funzionare, ma non è la stessa cosa eh!
Nel teatro contemporaneo, la scenografia ha smesso di essere un semplice sfondo per diventare un protagonista silenzioso, capace di raccontare, emozionare e trasformare l’esperienza dello spettatore. Oggi, più che mai, lo spazio scenico è un laboratorio di sperimentazione dove convivono arte, tecnologia e pensiero critico.
Se posso, come dialoghi con il regista?
Ogni regista ha un modo diverso di lavorare, e di conseguenza ogni dialogo è unico.
In generale, considero il regista come il principale responsabile di “cosa” racconta lo spettacolo, mentre lo scenografo definisce “come” raccontarlo con il proprio linguaggio.
Ci sono registi che hanno già in mente ogni dettaglio e altri che lasciano totale libertà creativa.
Personalmente credo che la situazione ideale sia quella in cui ci sono obiettivi chiari ma anche spazio per la ricerca e la sperimentazione: è lì che si riesce a dare il meglio di sé.
La luce quant’è importante nella tua creazione?
La luce è fondamentale.
Anche se la progettazione luminosa è solitamente affidata a un light designer, non può essere esclusa dal pensiero scenografico.
Già nei primi bozzetti cerco di immaginare come la luce potrà dialogare con lo spazio e con i materiali.
Una scena può cambiare completamente significato a seconda dell’illuminazione: per questo chi si occupa di spazio e chi si occupa di luce devono capirsi sia artisticamente che tecnicamente.
Come, se ti è capitato o se ti capita, proteggi la tua visione artistica?
Ci sono collaborazioni fortunate in cui le visioni artistiche non vanno difese, ma si alimentano a vicenda.
Altre volte invece è naturale dover trovare un equilibrio tra punti di vista diversi: in questi casi servono dialogo, pazienza e un bel po’ di diplomazia.
Per fortuna, la regia resta sempre il punto di riferimento comune che orienta il lavoro di tutti.
La tecnologia, oggi, ha rivoluzionato il modo di concepire e costruire lo spazio scenico.
Il video mapping permette di proiettare immagini su superfici tridimensionali, trasformando pareti, pavimenti e oggetti in elementi narrativi dinamici. Alcuni spettacoli integrano anche realtà aumentata o intelligenza artificiale, creando ambienti che reagiscono in tempo reale agli attori o al pubblico.
Qual è ruolo dell’artigianalità oggi, e come si integra col digitale?
È una domanda che mi accompagna da tempo.
Gran parte della mia ricerca ruota proprio attorno al dialogo tra artigianato e digitale.
Credo che oggi la loro convivenza sia inevitabile: viviamo in un’epoca in cui tutti alterniamo vita reale e vita virtuale.
L’artigianato porta con sé l’imperfezione e il “su misura”, mentre il digitale offre precisione e ripetibilità.
Non so se tra i due ci sia integrazione o piuttosto conflitto, ma sicuramente rappresentano insieme il nostro tempo e la complessità del suo linguaggio.

In quale direzione vedi la scenografia contemporanea, soprattutto in dialogo con le nuove generazioni?
Le nuove generazioni sono cresciute con un flusso continuo e rapidissimo di stimoli, e questo ha cambiato la loro sensibilità.
Non trovo una direzione unica: da un lato c’è chi utilizza la tecnologia fin oltre il giustificabile, dall’altro c’è chi difende la tradizione senza minima apertura.
In questo dialogo tra generazioni, trovo più stimolante ascoltare i giovani che parlare a loro. La scenografia del teatro dei giovanissimi, soprattutto di chi è cresciuto durante la pandemia, è sempre più ibrida, fluida, costruita sulla relazione tra performer e pubblico.
È una scena che non rappresenta, ma ascolta e si trasforma insieme a chi la vive.
I grandi teatri, come le grandi produzioni, hanno mezzi per realizzare grandi scenografie… mentre il teatro di ricerca contemporaneo, quasi sempre privo di mezzi, quali possibilità ha oggi?
Dove mancano i mezzi, servono idee.
Nel teatro di ricerca, a differenza delle grandi produzioni, c’è ancora un piccolo spazio per sperimentare e per “provare” se un’intuizione funziona davvero.
Non considero l’obiettivo del mio lavoro la realizzazione di ciò che si vede in palcoscenico, ma ciò che nasce nella mente e nell’emozione dello spettatore.
Anche con pochi elementi si può evocare molto: anzi, spesso è proprio la partecipazione attiva dell’immaginazione dello spettatore a creare quella magia che nessuna serie Netflix può avere.
C’è uno spettacolo a cui sei particolarmente legato?
Se sì, quale “se posso” e perché?
“Se posso” non rispondo…
Comunque, sono legato a molti spettacoli in maniera differente!
Abbiamo parlato di nuove generazioni, insegni presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano.
Qual è il tuo rapporto con l’insegnamento?
Direi… conflittuale!
Come in tutto ciò che amo. Alterno entusiasmo e insicurezza.
La scenografia è una materia complessa, in continua evoluzione, che richiede competenze tecniche, artistiche, organizzative e anche umane.
Chi fa questo mestiere con curiosità si sente egli stesso studente per tutta la vita.
Ad ogni modo, ogni lezione mi lascia arricchito e grato.
Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi studenti?
Di entusiasmo non ne hanno quasi mai bisogno!
Tengo molto al trasmettere elasticità mentale.
In questo lavoro le eccezioni sono più delle regole, e bisogna saper reagire alle circostanze.
Vorrei che imparassero a leggere le situazioni nella loro complessità — budget, tempi, collaboratori, spazi — e a fare scelte rapide e consapevoli.
Ogni figura teatrale può essere creativa, ma deve anche saper comunicare con gli altri mestieri e capirne le logiche.
Li porti a teatro?
Se sì… e “se posso”, l’ultimo spettacolo che hanno visto.
“Se posso” non rispondo…
Comunque, sono spesso loro a portare me!
Dai è “comunque” una risposta!
Che consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere questa carriera?
Direi di non aspettarsi un percorso lineare: servono curiosità, pazienza e capacità di adattarsi.
Direi di provare quante più esperienze possibile, perché quale sia il proprio spazio nel mondo lo si capisce anche per errori: sbagliare fa parte del mestiere e alimenta la creatività.
Consiglierei di guardare e ascoltare molto, perché ogni cosa può diventare materiale di lavoro.
Soprattutto ricorderei che il teatro è un’arte profondamente collettiva e che si cresce solo nel dialogo con gli altri.

Domandona… cosa vorresti leggere su di una tua scenografia e cosa ti darebbe fastidio.
Mi è capitato di essere definito “essenziale”, “scarno”, “minimalista”: non credo fossero complimenti, ma sono le parole che mi hanno reso più felice.
Significa che la scena funziona, che si integra con la regia e con gli altri linguaggi senza imporsi.
Quello che temo, invece, è un commento puramente estetico.
Se la scenografia resta solo una “cornice bella” e non partecipa davvero al significato dello spettacolo, allora si tratta di un’occasione mancata.
Ultima domandona, la scenografia a teatro gode di buona salute?
La salute della scenografia riflette quella del sistema culturale, e oggi non è un momento facile.
I tagli e le difficoltà colpiscono tutto il settore.
Chi ha vissuto i decenni passati racconta di un altro mondo, con tempi, risorse e condizioni molto diverse.
Io sono cresciuto professionalmente nella precarietà, quindi mi ci muovo con più naturalezza di altri.
Un pensiero positivo mi rimane, dopotutto: il teatro esiste da millenni, ha visto ed è sopravvissuto certamente a periodi peggiori!
Sono d’accordo!
La scenografia contemporanea è un territorio fertile, dove convivono tradizione e innovazione, estetica e politica, materia e immateriale. È un linguaggio in continua trasformazione, capace di reinventarsi a ogni spettacolo per dare forma visibile all’invisibile. E Stefano Zullo grazie alla sua arte ci invita proprio a guardare oltre il visibile e a entrare nel cuore pulsante della scena.
Tito
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