Recensione: “Utoya”

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UTOYA, L’EUROPA IN FRANTUMI

Una sala gremita, da scolaresche e non solo, accoglie lo spettacolo “Utoya” al Teatro Filodrammatici, in scena dal 9 al 14 gennaio con tanto di replica straordinaria domenica sera alle ore 19.00 a causa dei sold out ottenuti per ogni rappresentazione.

Al di là della soddisfazione per la partecipazione calorosa, questo fatto è estremamente positivo per le circostanze speciali in cui è stato organizzato l’evento. Si tratta, infatti, della prima data post-natalizia della stagione “On the road” del Teatro Ringhiera Atir, nomade da ottobre (la sala di via Boifava è stata chiusa per lavori di ristrutturazione) e ospite al Filodrammatici e in altri 12 teatri milanesi che si sono prodigati con slancio a ricevere la compagnia e inserirla, magari anche con qualche difficoltà, nei cartelloni. “La solidarietà degli altri teatri mi ha riempito il cuore” ha commentato Serena Sinigaglia (“La Repubblica”, intervista di giovedì 28 dicembre 2017) e anche il pubblico ha apprezzato e premiato questo atto di generosità: fa piacere poter sfatare lo stereotipo di una Milano cinica e poco ospitale…

Bisogna precisare che il successo di questo spettacolo si fonda non solo su un’intelligente scelta politica di rete e sostegno ma anche sulla partecipazione di artisti di nota bravura: Arianna Scommegna e Mattia Fabbris interpretano i personaggi creati dal drammaturgo Edoardo Erba, immersi nella scenografia di Maria Spazzi con le luci di Roberto Innocenti, diretti da Serena Sinigaglia. Dice il proverbio “Cavallo vincente non si cambia” e questo gruppo, rodato e affiatato, dimostra anche in questa occasione di lavorare bene insieme. Il tema affrontato, d’altronde, non è affatto semplice, anzi si rivela un’autentica sfida. Attratti da sempre da questioni di stampo civile, la compagnia Atir decide stavolta di indagare una delle vicende più gravi che abbia colpito l’Europa, un trauma che si può tuttora definire irrisolto: i due attentati coordinati al Palazzo del Governo ad Oslo e sull’isola norvegese di Utoya il 22 luglio 2011.

L’autore Edoardo Erba lo ammette: “La riflessione su un avvenimento del genere sconcerta: non è un gesto di follia, ma lo è. Non è un caso di occultamento dell’informazione, però lo è”. In effetti, se si domanda della strage al Bataclan, a Nizza o a Manchester, tutti se ne ricordano. I fatti di Oslo e Utoya, invece, svaniscono tra le pieghe di una memoria confusa, che cerca conforto in approssimazioni e omissioni. Eppure è ormai chiaro quanto successo: Anders Behring Breivik, norvegese trentaduenne simpatizzante dell’estrema destra, fece esplodere un’autobomba di fronte all’ufficio del Primo Ministro ad Oslo provocando 8 morti e 209 feriti; mentre in città si scatenava il panico, Breivik approfittò del caos per dirigersi sull’isola di Utoya, dove era in corso un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista; radunò i ragazzi e cominciò a sparare su di loro, organizzando una meticolosa e spietata caccia all’uomo: uccise 69 persone, tra cui i direttori del campo e ragazzi dai 12 ai 20 anni, e ne ferì 110, agendo indisturbato per un’ora e mezza mentre la polizia attendeva ordini. Arrestato e processato, Breivik sta scontando attualmente la pena a 21 anni di carcere (la massima condanna prevista in Norvegia), riconosciuto “nel pieno delle facoltà mentali” e autore consapevole di una strage di carattere politico, come spiega nel manifesto di 1500 pagine che inviò ai contatti su Facebook qualche ora prima dell’assalto. In cella, invoca i propri diritti di cittadino norvegese, lamenta maltrattamenti poiché gli hanno concesso un modello vecchio di play-station e riceve lettere di ammiratori. Nessun pentimento, forse al massimo per chi fu colpito accidentalmente ad Oslo ma non certo per i giovanissimi seguaci del partito Laburista che reputa responsabile della “decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”.

Non è lui, tuttavia, il protagonista dello spettacolo, la storia si dipana infatti attraverso le vicende di tre coppie legate in modo diverso a quanto accadde durante quel giorno terribile: marito e moglie, genitori di un’adolescente obbligata dal padre ad andare al campus; due poliziotti in servizio sulla sponda di fronte all’isola; fratello e sorella, proprietari di una fattoria che confina con la casa di un “troll”, un individuo sospetto che si scopre poi essere Breivik. Trascorrono le ore, le dinamiche all’interno delle coppie vengono sconvolte dalle notizie che arrivano dalla televisione, dalle telefonate, dal mondo esterno che improvvisamente diventa pericoloso e incomprensibile. Passando senza soluzione di continuità da una coppia all’altra (gli attori magistralmente riescono con pochi tratti a definire e distinguere i diversi personaggi), in un susseguirsi incalzante degli eventi e delle scoperte, si consuma sotto gli occhi degli spettatori una tragedia personale e collettiva.

Ogni coppia propone una crisi, un dilemma, uno scontro: è sempre giusto obbedire alle regole e alle procedure? Possono essere associate la riservatezza e la “buona” educazione con un individualismo estremo e un’indifferenza nociva? La fede in valori più grandi ci salva oppure ci distrugge? Queste dicotomie rappresentate dai contrasti nelle coppie risiedono in realtà nell’interiorità di ciascuno di noi, lacerati da questi dubbi e con l’anima in frantumi come lo specchio di cui la scenografa Maria Spazzi ha sparso i pezzi per tutto il palcoscenico. Cerchiamo anche noi, come i personaggi, di rifletterci nei frammenti dello specchio ma è un tentativo inutile perché l’immagine appare incompleta, a volte siamo abbagliati, confusi e allo stesso tempo affascinati dai riflessi che producono i pezzetti colpiti dalla luce, ma la verità ultima sulla nostra identità ci è negata, o meglio, si rivela proprio attraverso la frammentarietà, l’essenza che meglio descrive e corrisponde a uno sguardo integrale sulla realtà. Anche gli altri elementi scenografici sono fortemente suggestivi e simbolici: i tronchi e i ceppi mozzati, che emergono come fantasmi dalla nebbia, ci ricordano il taglio netto, la ferita profonda che quel giorno hanno subito le vittime e l’intera comunità norvegese ed europea.

È stato infatti fortissimo lo shock per la Norvegia, un Paese dove i poliziotti non girano armati e alla vista in tv di palazzi devastati si è immaginato si trattasse di Baghdad e non certo della propria capitale. A dire il vero anche l’Europa non ha elaborato quanto successo e ancora fatica ad accettare la possibilità che sia “uno di noi” ad aver compiuto simili atrocità con precise volontà politiche. Perciò si tende a dimenticare oppure a ricordare in modo errato (attacco islamico, opera di un folle) o mistificare e minimizzare l’accaduto con uscite infelici (giusto per citare degli esempi, Vittorio Feltri scrisse un editoriale dal titolo “Quei giovani incapaci di reagire” e Mario Borghezio arrivò persino a definire, al netto della violenza, condivisibili alcuni principi di Breivik).

Come raccontare quindi questo cortocircuito dei valori che avviene nel singolo come nella società, norvegese ed europea? “Capire un evento è come entrare in un labirinto: il teatro può solo trovare personaggi in grado di percorrerlo e restituirlo attraverso la loro personalità e i loro rapporti. (…) Attraverso di loro ho spalancato una finestra di riflessione che, anche se non ci dà tutto il filo per uscire da quel labirinto, almeno ne illumina alcune zone oscure con la luce della poesia”. Queste sono le parole di Edoardo Erba, il quale con un testo accurato ed avvincente (in particolare, encomiabile il monologo della madre durante il litigio con il marito) concede alla compagnia Atir la possibilità di porre domande, più che risposte, ricordando al pubblico in ultima istanza la dimensione umana della Storia con la delicatezza e la profondità dell’arte.

Non bisogna commettere lo sbaglio di pensare che quanto narrato sia mera immaginazione: la “poesia”, ricca di riferimenti storici, è supportata da ricerche approfondite e si basa sul notevole saggio “Il silenzio sugli innocenti” del giornalista Luca Mariani (Premio Matteotti), che mercoledì 10 gennaio, dopo lo spettacolo, ha incontrato il pubblico per un confronto molto interessante, dando il proprio “piccolo contributo alla verità” in contrasto con il modo superficiale e lacunoso con cui i media hanno affrontato il tema.

Buon giornalismo, buon teatro, buon pubblico: ecco alcuni dei percorsi tramite i quali si può ricordare e rielaborare la pagina dolorosa di Utoya. In tanti modi si può raccontare la verità, ciascuno secondo il proprio talento, l’origine e la meta cui si tende sono però uguali per tutti: la responsabilità nei confronti di un’umanità spezzata.

Marzorati

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