Recensione: “Venivamo tutte per mare”

mare
foto Laila Pozzo

C’è una definizione giapponese che ben si addice a raccontare, sinteticamente, questo spettacolo: itai doshin, vale a dire tanti corpi, una sola mente, un solo cuore. Quello che subito colpisce, sin dalle prime battute , è la capacità delle tre interpreti di riuscire a farsi recitare dall’altra, a giocare di sponda, a restituire la palla con assist da gioco carioca; ma è anche l’impressione che le tre voci siano l’esprimersi di una stessa anima. Ci si confronta con la luce tripartita di un unico femminile che attinge dall’oceano pacifico di una psicologia del profondo, di un archetipo parlante, da sempre, attraverso una triade. Dal Giappone all’America dei primi del ‘900 si muovono tre dee, tre voci di donne  dai contenuti universali in grado, sin da subito, di far sparire la distanza somatica delle interpreti.

L’Estremo Oriente ha, da sempre, un rapporto speciale con l’istante attuale, con l’attenzione all’adesso, con la possibilità di leggere nella natura una presenza divina, così come succedeva al principio della filosofia occidentale, con Talete che affermava “tutto è pieno di dèi”. E questi numi, le attrici riescono a farceli conoscere, con i loro sguardi stupiti, con i pudori, con quello sguardo tutto femminile sulla realtà, in grado di non romperne il bozzolo, e di accarezzarla. Si muovono con agilità e grazia, ricostruendo la scenografia a seconda del punto narrativo. Affrontano la Big America con la forza di una Cio-Cio-San che vede il fil di fumo levarsi ogni giorno, malgrado le disillusioni e le grandi difficoltà. Sono cuore ventre, pancia, emozione grondante in platea, vibrano come le corde del violino di Isaac Stern; sono puro distillato di pathos, e bisogna centellinare questo liquore umorale, per gustarlo fino all’ultima goccia. Si vede in trasparenza tutto il lavoro di concertazione, di osmosi emozionale, realizzatosi tra le membrane delle anime delle interpreti. Allora, il loro numero non è più limitato a tre: si allarga a un coro centuplicato di donne giapponesi che ingentiliscono, idealmente, con i boccioli del ciliegio, il duro cemento e il duro metallo delle città americane. Ma si racconta il lavoro duro nelle campagne, senza sconti, senza passare al setaccio del politically correct le esperienze di queste donne.

Tutto è reso con la naturalezza con cui potrebbe essere pòrta una tazza di the. Un plauso va, dunque, dato all’autrice di questo testo, Julie Otsuka, in grado di restituire la verità dell’anima e l’afflato di poesia anche nei momenti più terribilmente prosaici. La regia a quattro mani di Cristina Crippa ed Elio De Capitani ha tutto il sapore di una suonata a due sullo stesso piano, sulla medesima tastiera della scena. Le dita, fatte di posture, movimenti screziati di nuances coreutiche, di intenzioni che odorano come mandorli in fiore, si muovono con estrema agilità, come a riprodurre un brano di Chopin che si arrampica, con disinvoltura, su e giù sopra la tastiera. Cristina Crippa ha una voce tutta sua, umida, rorida di emozionalità, felicemente costipata, che ben si adatta a raccontare queste anime femminili, cui tocca reiventarsi una speranza che, ogni giorno, sembra disattesa. Ha sangue sacro, icore dei numi greci; porta dentro di sé una lunga teoria di eroine tragiche, che vivono, in una fantastica sovraimpressione, nella sua voce e nei suoi gesti.

Elena Russo Arman ha occhi che raccontano immediatamente, prima ancora delle parole: uno sguardo stupito, attento e sempre curioso nei confronti del reale. Si lascia abitare dai fonemi delle altre due attrici, rilanciando meravigliosamente il gioco scenico. Carolina Cametti, nella sua fisicità, e con  i lunghi capelli e il trucco chiaro, incarna l’iconografia di Amaterasu, dea del sole nella tradizione shintoista giapponese. Più umana dell’umano, si lascia abitare da tutte le emozioni che nascono dal suo interno, e da quello delle altre due interpreti. Questa terna di attrici riporta alle sue massime potenzialità il teatro di narrazione, in grado, dialetticamente, di trasformarsi nel suo apparente contrario, ovvero nell’azione. Tre parche filano il destino del testo scenico, e lo filano benissimo, trasformandolo in un prezioso kimono bianco di seta da utilizzare per l’eterna prima notte di nozze della platea, che si celebra ad ogni rappresentazione.

Danilo Caravà

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