Recensione: “Appunti per il futuro”

appunti
foto Manuela Giusti

La parola “guerra” sembra fatta apposta per indicare quest’atto così tragico, devastante, inumano. Viene dalla parola germanica werra , e, già nel pronunciarla, c’è qualcosa di spiacevole: in quella erre raddoppiata, si può sentire il rombo del motore di qualche bombardiere, o dei carri armati. Sa bene tutto questo l’attrice Elena Arvigo, che dà voce e corpo alle testimonianze raccolte da Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice, premio Nobel 2015, sulla seconda guerra mondiale in Russia. Ma questi racconti hanno una particolarità unica: esprimono la volontà di offrire un punto di vista diverso, di sedersi brechtianamente da una parte altra, quella delle donne.

Facendo questo esercizio, si scopre come ci sia un fil rouge che unisce la sensibilità femminile espressa nell’antica tragedia greca, e quella espressa in questo spettacolo. Si scopre, nonostante tutto con piacere, che Antigone diventa molto più di un personaggio, ossia un archetipo femminile, in queste donne russe che contrappongono la legge del cuore a quella imposta dall’eterno Creonte, che decreta di non seppellire il cadavere del nemico. Questo diritto naturale, potente, questi atti poetici fatti di piccoli, grandi gesti – come donare  del pane a un prigioniero tedesco –  si candidano ad essere atti di una poesia struggente, in grado di farsi assoluto. Sono esseri insieme spaventati, come scriccioli dai colpi di fucile di un cacciatore, che hanno paura a guardare il cielo, perché può portare distruzione con terribili mostri di metallo; ma hanno anche la forza, il coraggio di offrire, nelle loro parole e nelle loro azioni, carezze umane, che arrivano sotto la pelle, sotto la carne, e toccano decisamente il miocardio. E, proprio nell’organo cardiaco, ci sono cellule che hanno caratteristiche simili a quelle neuronali.

Questi personaggi femminili ricordano tramite tali cellule, pensano, commentano utilizzandole. Hanno imparato, meglio degli uomini guerreggianti, a impiegare questo cervello battente che racconta un ritmo, un tempo diverso, fatto di ascolto, empatia, compassione, amorevole gentilezza. Sono, in buona sostanza, le Troiane di Euripide, che cantano la loro sventura, con la forza invincibile della loro capacità, malgrado tutto, di mettere al mondo il mondo, come affermava la psicologa Vegetti Finzi.

Elena Arvigo ci porta per mano nell’interno di una casa: un tavolo, delle sedie, un tè, una tisana, dei biscotti. Gesti familiari per entrare, con semplicità e naturalezza, in questi racconti. Qui si tolgono i coturni retorici, e li si lascia all’ingresso, per camminare tra queste parole senza fare rumore, lasciando che si senta il suono di questi fiori del bene, in grado di nascere tra le macerie di un conflitto. L’attrice compie, con la sua voce, una sorta di miracolo, quello di lasciarsi foneticamente possedere dallo scorrere delle storie, farsi bagnare e trasportare da queste chiare e fresche acque. Suona tutti questi spartiti femminili, lasciandoli vivere, soprattutto nel ventre e nel cuore: incarna uno strumento ad arco, in grado di emozionare ed emozionarsi. I fonemi sono vivi, naturali, rappresentano esattamente quello che sono chiamati ad essere. Testimonianze dei toni di un’anima, riproducono il qui ed ora  di ogni stato emotivo. Anche l’esigente Stanislavskji, vedendo questa prova d’attrice, avrebbe pronunciato convintamente il suo “ci credo”. L’apice della tragedia si raggiunge con il racconto della moglie di uno dei pompieri di Chernobyl, fatto di parole genuine, di un tocco talmente delicato da emozionare persino la seta che, idealmente, tali parole vogliono sfiorare. L’anima vibra presente a se stessa, al proprio racconto, ed illumina la sensibilità della platea con una luce soffusa; una di quelle non prepotenti, volgari, spietate, ma gentile, delicata, ambrata, calda quanto un sole di primavera. Quella stessa primavera in cui non si sarebbe dovuta dovuto vivere quella catastrofe, come le altre eterne guerre, perché uccidere nel momento in cui la natura esalta la vita rappresenta una sorta di eresia, di blasfemia, nei confronti dell’umano, e della vita stessa, in tutte le sue forme.

Ci vuole una donna per ricordare alla platea quanto la guerra uccida la poesia del vivere, nel modo più violento e brutale; ci vuole, altresì, una donna per curare ferite con la pazienza con cui il ragno ripara la sua ragnatela, cercando di restituire un cuore e una sensibilità all’essere umano devastato dalla malattia bellica.

Danilo Caravà

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