In scena, nella suggestiva cornice della Sala Grande del Teatro Franco Parenti, lo spettacolo La gatta sul tetto che scotta, dal 10 al 15 febbraio 2026. Una potente lettura del classico di Tennessee Williams con la regia, essenziale e magnetica, di Leonardo Lidi, reduce da una trilogia dedicata a Čechov, dove il dramma familiare si consuma tra verità taciute e desideri irrisolti.
Al centro della tensione, Fausto Cabra regala un’interpretazione potente e sfaccettata, affiancato da Valentina Picello (Premio UBU 2025) nel ruolo di Maggie “la gatta”. Insieme a un cast di sette attori, danno corpo a un testo che, pur scritto nel 1955, continua a parlare con forza al nostro presente.
Allestimento scenico minimalista: una stanza rettangolare completamente bianca, specchi mobili e nessun arredamento, dove ogni parola suona come un colpo chirurgico. Le luci, gestite da Nicolas Bovey, e i costumi di Aurora Damanti contribuiscono a definire un’atmosfera glaciale e claustrofobica.
Per saperne di più ho contattato Fausto Cabra, attore e regista, diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Premiato con il Hystrio – Mariangela Melato, è oggi una delle voci più intense del teatro italiano. Fausto, nel ruolo di Brick, porta in scena tutta la fragilità e il tormento di un uomo sfibrato, disilluso e schiavo dei fantasmi del passato.
La gatta sul tetto che scotta è in scena da un annetto circa, per coloro (tra cui mi includo anch’io) che non l’hanno ancora visto, cosa ci aspetta al Teatro Franco Parenti?
Sicuramente un progetto rischioso, nel senso che il lavoro fatto da Leonardo Lidi è stato quello di spogliare il testo da ogni appiglio para-borghese.
Ci troviamo in uno spazio completamente vuoto, in scena Leonardo Lidi lascia solamente corpi, parole, relazioni, rapporti e emozioni, privando il pubblico di ogni altro appiglio quali; letti, armadi, mobiletti, sedie e tavolini, costringendoli ad aggrapparsi alle parole, alle parole incarnate, alle parole che creano energie tra le persone, tra noi e il pubblico, e poi silenzi invece che fiumi di parole epilettiche.
E questo è molto rischioso, ma è anche molto potente.
Un elemento scenico è rappresentato da un grande specchio, e, se c’è uno spiraglio di speranza, sta proprio in quello specchio, perché riflette noi ma riflette anche il pubblico.
Di fatti l’atto di speranza è, una mano tesa verso il pubblico.
Questo testo, Williams lo definiva un presepe; “un ridicolo presepe vivente”. Il presepe altro non è che un modello di famiglia, ma è fatto di statuine.
È questo il modello di famiglia?
È terribile, se ci pensi: ridicolo e violento nel momento in cui sei costretto a stare dentro la statuina che ti è stata assegnata.
L’obiettivo di questa messa in scena è quello di restituire, in un certo senso, dignità al testo di Tennessee Williams… “ripulirlo” dal film del 1958 (con Elizabeth Taylor e Paul Newman regia Richard Brooks), lo stesso Williams lo rinnegò dopo averlo visto, anzi… ne fece una versione ancora più lenta, ancora più cruda.
Per chi non avesse visto il film, la storia finisce con un lieto fine; cosa che, invece, leggendo il testo e vedendo il nostro spettacolo, appare evidente non sia così, è impossibile!
Una volta denunciate l’ipocrisia e le menzogne su cui fondiamo il rapporto con noi stessi e con l’altro, diventa impossibile costruire un futuro sull’ennesima menzogna.
La famiglia che vedrete in scena è una famiglia che va spegnendosi, che va verso la morte, perché non esistono i presupposti affinché una vita possa continuare oltre una vita veramente rinnovata.
Le uniche vite che proseguono sono quelle di questi bambini mostruosi: i figli di mio fratello e di sua moglie. Bambini ossessionati dalle cose, dal possesso, dalle armi anche intese come gioco… bambini usati come mezzo per l’eredità. Sono portatori di un futuro che non rappresenta un progresso, che non è migliore: è un futuro che reitera il cancro. Un futuro già corrotto: è tutto ciò che rimane di futuro, in questo testo, per questa famiglia. Tutto questo è deflagrante, è spietato, è violento…
La regia di Leonardo va in questa direzione e non è uno spogliare per spogliare, è uno spogliare per aumentare la claustrofobia di questa storia di cui il centro gravitazionale e Brick.
Ce lo presenti?
Brick è una persona depressa, è un buco nero, e tutti si affannano a cercare di defibrillarlo, di riportarlo sui binari della vita.
Questa è la storia di una persona che ha deciso di deragliare dal suo binario quindi non essere più il “bravo figlio”, di non essere più il “bravo marito”, di non essere più… perché la vita non ha più senso e non ha più senso perché c’è stato un evento che lo ha fatto deragliare.
Il suicidio di Skipper, il suo migliore amico.
Brick non ha avuto gli strumenti, dentro di sé, di tendergli una mano nel momento in cui Skipper gliel’ha chiesta, anzi gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Questo il nucleo centrale!… e poi c’è l’alcool, in cui Brick si rifugia.
L’altro deragliamento lo provoca la morte, lo spettro di questo cancro…
Nel film La gatta sul tetto che scotta,Paul Newman guardava sempre nel vuoto, all’orizzonte; invece Leonardo mi ha detto:
“io voglio che tu guardi il tuo spettro”
Che poi saranno gli spettri… quello dell’amico, colui che sorregge l’ossessione di Brick per il bere, di fatti vedremo Skipper il quale porterà in scena più di 100 bottiglie e io bevo, bevo, bevo e bevo… anche in modo sbagliato, se vuoi, teatralmente fuori posto, in modo continuo, come sono le ossessioni, come sono le dipendenze.
Ci sono anche gli spettri di Maggie e questi bambini (tutti interpretati da Greta Petronillo) che lei continua a vedere intorno a sé. Vedrà questa prole, prole che non verrà fino alla fine!
Quali, se posso, le difficoltà nell’interpretare Brick?
La mia difficoltà principale nell’interpretare Brick è che è depresso. Portare in scena un personaggio che, dall’inizio alla fine, è depresso è complicato.
È uno che ha smesso di vivere, e se ci pensi l’alcool è un modo di morire.
Brick è il protagonista di questa storia, ma è un protagonista in sottrazione, silenzioso, e questo è pericolosissimo a teatro, perché c’è bisogno di vitalità per incidere, per funzionare. Per me, quindi, è complicatissimo ed ero molto terrorizzato all’inizio.
Brick rappresenta il tetto che scotta, è l’ambiente nel quale gli altri si agitano perché è lui il portatore del problema, di quel caldo. E tutti gli ripetono:
“Devi tornare a fare il commentatore sportivo, devi tornare a essere il bravo figlio, devi essere padre…”
Mascolinità e omosessualità repressa…
Se me lo avessi chiesto due anni fa, ti avrei detto che si tratta di un lavoro sul maschilismo o meglio sul patriarcato, sulle figure maschili tossiche eccetera.
Invece no, non è vero.
Ci pensavo ieri, guardando l’attualità di oggi, dove è imperante la legge del più forte, che è la legge della violenza.
Il patriarcato non ha a che fare con il maschile in sé, ma con la legge del più forte, perché è introiettato anche dal femminile. Dalla donna che vede se stessa solo come madre, a quella che si pensa come mantenuta dall’uomo, fino al maschio che sente di doversi prendere cura di lei o che costruisce tutta la propria immagine sullo stereotipo del maschio.
E lo stesso maschio ne è vittima, vittima del patriarcato: perché non può avere effusioni con un altro maschio, non può mostrare fragilità ma deve fare i soldi, eccetera…
Questa è una storia di persone che amputano parti di sé stesse per rientrare in un modello: quello della legge del più forte. Anche la democrazia, deviata, contemporanea è una legge del più forte. Quello che fa la democrazia deviata, quella parafascista, è dire:
“la maggioranza decide il modello etico, sociale, culturale”; di conseguenza, le minoranze devono amputarsi per rispettare il modello della maggioranza. E i protagonisti di questa storia hanno amputato parti di se stessi per stare dentro questo modello dominante.
A un certo punto Brick si rende conto di questa dinamica e deraglia dai binari che la società vuole dargli; ma fuori da quei binari non c’è vita. Allora tutti gli diranno di rientrare nei binari. Pian piano, questo suo essere deragliato farà deragliare tutti, perché Brick porta alla luce l’ipocrisia che sta dietro la costruzione di sé.
C’è chi si amputa in modo consapevole e chi in modo inconsapevole, ma la legge della violenza, quindi la legge del più forte, porta a introiettare il dittatore, il più forte che è dentro di sé, al punto che è l’individuo stesso a decidere di amputare ciò che non corrisponde al modello collettivo, pur di appartenere al gregge.
Questa è la violenza ed è ciò in cui stiamo deflagrando tutti.
Ed è per questo che questa storia è super, super attuale! Perché è verso questo sistema che ci stiamo muovendo, in modo davvero terribile.
Chi è più forte detta la morale: la tua e quella dell’altro, senza rispettare nessuno, solo perché è il più forte. Oggi questo avviene a tutti i livelli; lo era anche prima, ma allora era almeno coperto dall’ipocrisia di far credere che non fosse così, cioè da una menzogna. Adesso, invece, è palese. Per questo è importante fare una riflessione su ciò che si amputa.
Invece non voglio pensare che questo testo parli di omosessualità!
Parla di tutto ciò che non è previsto dal modello standard. Se pensiamo che sia un testo sull’omosessualità, lo chiudiamo qui, perché non mi interessa affatto stabilire se Brick sia omosessuale o no.
Forse lo è, forse non lo sa, forse non lo è.
Forse è più interessante riconoscere che siamo di fronte a un’amicizia viscerale, che è una forma di amore, verso Skipper. E quando Skipper, messo con le spalle al muro da Maggie, capisce di essere innamorato di Brick e trova il coraggio di confessarglielo, Brick — che, come detto, non ha gli strumenti per stargli vicino — gli sbatte il telefono in faccia (anche se è palese che gli vuole un bene dell’anima) e Skipper si suicida.
Ed è tremendo!
Ed è ancora più tremendo interrogarsi sul fatto che Brick fosse davvero innamorato di Skipper. Gli vuole bene, e l’amicizia è una forma di amore, ma farne il centro di questa storia sarebbe banale e riduttivo.
Da regista quanto ti lasci plasmare? O meglio, riesci a tenere a bada il regista che è in te nella genesi del personaggio?
Sono principalmente un attore, mi affido totalmente al regista.
Mi piace far parte della visione di qualcuno più grande di me: mi aiuta a dimenticarmi di me stesso. Affidarmi alla visione del regista significa mettermi al servizio di un “quadro” più bello, più grande e più forte di me.
Perdermi…
Mi piace perdermi nell’incontro con il testo e capire quali siano le forme più giuste per portarlo in scena. Mi piace perdermi nell’incontro con gli altri attori e costruire insieme qualcosa di bello. Il nostro lavoro è sempre un innesto su qualcos’altro: l’attore si innesta sulla visione del regista, si innesta sulle proposte dei propri colleghi, si innesta sul qui e ora; mentre il regista innesta la propria creatività sul testo e sulle proposte degli attori.
Mentre non mi piacciono i registi che sono portatori di “come le cose si devono fare” o di “un modo di fare regia”: non è la mia idea di regista, né quella dei registi con cui ho lavorato.
Anche quando faccio regia io, sono lì per dimenticarmi di me stesso; poi il “me” esce al di là di me, perché sono io, perché non posso che far passare me stesso.
Alcuni, avendo visto tra le mie regie solo Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo, mi hanno detto:
“Eh ma a me non piace la forma del teatro contemporaneo”
Io rispondo:
“Mah neanche a me!”
Oppure:
“Non mi piacciono le tue regie perché sono troppo piene”
Ma io non ho fatto il “troppo pieno” perché a me piace il “troppo pieno”. Non ho fatto teatro contemporaneo in Schegge perché mi piace il teatro contemporaneo.
L’ho fatto perché quella era la storia!
Mi piace fare il regista come faccio l’interprete: le forme arrivano, non perché le ho scelte, ma perché uso me stesso. Non ho bisogno di disegnare il mio stile. La mia azione consapevole è cercare di perdere me stesso. Alcuni registi fanno regia per affermare la propria idea, non per perdersi ma per farsi riconoscere. Hanno l’ossessione di “fare cose nuove”, ma l’ossessione del nuovo è merceologica, no? Il nuovo è una categoria tipica delle merci: bisogna consumare, consumare sempre cose nuove, nuove, nuove…
Nell’arte, il nuovo capita, e capita spesso nel mondo, ma quando accade davvero accade nel modo migliore, inconsapevolmente, dall’artista. L’artista che cerca il nuovo, dentro quella necessità di inseguirlo, spesso nasconde un bisogno egoico: affermarsi, essere unico. Per questo disdegno queste cose il più possibile.
La storia, per esempio, non ha niente di contemporaneo.
Ti posso anticipare che la mia prossima regia, a marzo sempre al Teatro Parenti, non c’entra niente con Schegge: è proprio un altro mondo, un altro spettacolo, sembra un’altra regia.
E questa cosa a me piace molto, perché mi piace fare le scelte giuste per il testo, non portare sempre lo stesso modo di fare teatro per poi appiccicarlo su un qualsiasi testo.
E in questo senso Leonardo Lidi ha fatto un ottimo lavoro: quando prende delle decisioni, le prende perché è giusto farlo in quel caso specifico. Spoglia quando è giusto spogliare.
Così come era giusto, per me, riempire la mente di Billy Milligan (protagonista di Schegge), perché Billy Milligan è un “troppo”, uno straripamento, un bordello di segni è un eccesso da districare.
È fastidioso?
Sì.
È pericoloso per un regista strabordare di segni? È disturbante per il pubblico doverli districare?
Sì.
Ma quella è l’azione base. Quella è la storia!
E questa sarà anche la storia de La gatta sul tetto che scotta, un classico che brucia ancora di verità. Andate a Teatro, quello del, Franco Parenti e scoprite quanto le verità di famiglia possano bruciare e ferire.
10 – 15 Febbraio 2026
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Leonardo Lidi
con Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini
Sinossi:
Una festa di compleanno che diventa resa dei conti, un patriarca malato, i figli in lotta per l’eredità e una moglie disposta a mentire pur di non perdere tutto.
La gatta sul tetto che scotta è un testo rabbioso, intriso di morte, ma morte dei sentimenti, delle illusioni. Dentro una scenografia bianca e marmorea, tomba di e della famiglia, si consuma il dramma crudo e irriverente che valse il secondo Pulitzer al grande drammaturgo.
TiTo
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