Debutta a Milano, il 7 e 8 febbraio presso il Teatro Fontana, lo spettacolo Come trattenere il respiro per la regia di Marco Plini, direttore della Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, coproduzione del Teatro Nazionale di Genova e del Centro Teatrale MaMiMò di Reggio Emilia.
In scena con Fabio Banfo, Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Alice Giroldini e Marco Maccieri.
Ci sono momenti in cui il respiro si ferma da solo. Per paura, per attesa, per amore.
Come trattenere il respiro nasce esattamente lì: nello spazio fragile e potentissimo che separa un’inspirazione da un’espirazione, quando tutto può ancora accadere.
Per saperne di più ho chiesto a Plini; se “Trattenere il respiro” sia un gesto istintivo, spesso involontario, ma soprattutto quando è diventato una “necessità artistica” e una domanda teatrale.
Nel testo l’azione di trattenere il respiro è letterale — trattenere il respiro per non affogare — e metaforica al tempo stesso, intesa come azione di resistenza. Questa resistenza incarna la mia idea del teatro e della sua funzione, in un’epoca che sembra precipitare ma che in realtà è l’esito ovvio di un percorso di cannibalismo da parte del “capitale” nei confronti dei valori dell’umanesimo e della giustizia sociale.
L’incontro con questo testo mi ha dato la possibilità di raccontare la grande bugia del modello liberal-capitalistico: la promessa di essere arrivati a una soglia di civiltà e di convivenza pacifica in cui non può succedere niente di veramente brutto.
Il titolo “suggerisce” una sospensione, un’attesa. Che rapporto ha il tuo teatro con il tempo che si ferma e con quello che invece incalza?
In realtà non c’è nessuna sospensione, nessuna attesa: c’è un’azione continua, quasi un precipitare verso la catastrofe, per hybris occidentale, per ingenuità, per ignoranza.
La protagonista dello spettacolo è, come tutti noi, qualcuno che è convinto di avere dei diritti che non ha, un destino che non ha, e di poter disporre della vita a proprio piacimento.
Trattenere il respiro può essere un atto di difesa, ma anche di controllo. In quale delle due direzioni si muove lo spettacolo?
Va inteso come atto di difesa finale, dopo che per tutto l’arco del testo questa donna ha pensato che il peggio non potesse succedere, che si sarebbe trovata una soluzione.
Quando alla fine tutto sarà perduto, l’ultimo atto di difesa di un individuo ormai trasformato, che ha finalmente aperto gli occhi sulla realtà del mondo in cui vive, sarà trattenere il respiro per non affogare.
Viviamo in un’epoca che ci chiede velocità, performance e risposte immediate. Trattenere il respiro, oggi, è un atto di resistenza?
Come dicevo prima, il teatro è un atto di resistenza: è una delle trincee democratiche, come la scuola e la sanità pubblica.
In che modo “Come trattenere il respiro” dialoga con le fragilità, le paure e le attese del nostro presente?
È un testo scritto dieci anni fa, che sembra scritto oggi.
Analizza la crisi della democrazia occidentale governata dai capricci della finanza. Si immagina infatti che dalla sera alla mattina il sistema finanziario dell’Occidente crolli. Ma questa cosa è già successa almeno due volte negli ultimi quindici anni e abbiamo fatto finta che non sia successo.
Ora ci stiamo accorgendo degli effetti di questa doppia crisi e rimaniamo sorpresi perché ricominciano le guerre, il neocolonialismo, i nazionalismi.
Questo lavoro sembra chiedere allo spettatore una presenza attiva, quasi fisica. Che tipo di sguardo ti aspetti dal pubblico; empatico, critico o vulnerabile?
Mi piacerebbe che il pubblico riconoscesse nella protagonista se stesso, ingenuo e arrogante nelle proprie convinzioni di vivere nel miglior sistema possibile; magari aiutarlo a capire che essere in Europa non significa non poter essere in pericolo, che le regole che ci proteggono sono molto più fragili di quanto pensiamo, e che la convivenza democratica non è solo un privilegio acquisito con la nascita, ma un meccanismo molto fragile che va difeso quotidianamente.
Ti interessa di più che lo spettatore “capisca” o che “senta”? E dove si incontrano, se si incontrano, queste due dimensioni?
Mi interessa che lo spettatore pensi durante lo spettacolo.
Come trattenere il respiro una via crucis laica, uno spettacolo teatrale contemporaneo in cui la protagonista, accecata da un ottimismo quasi demenziale, si rifiuta di accettare la realtà.
TEATRO FONTANA
7 e 8 febbraio 2026
di Zinnie Harris; traduzione di Monica Capuani
regia Marco Plini
con Fabio Banfo, Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Alice Giroldini, Marco Maccieri
disegno luci Fabio Bozzetta
musiche originali Alessandro Deflorio
assistente alla regia Elena C. Patacchini
produzione Centro Teatrale MaMiMò, Teatro Nazionale di Genova
*per gentile concessione dell’Agenzia Danesi Tolnay
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