Recensione: “Fantozzi. Una tragedia”

fantozzi
Nicolò Rocco Creazzo

Fantoni e quel Fantozzi dal volto umano

La storia del ragionier Ugo Fantozzi, ha un potere psicagogico disarmante: passano gli anni ma è in grado di prendere per mano gli animi di tante generazioni, portarli su un calcinculo a due sedili: uno con il cuscino della comicità, l’altro con lo schienale più duro, quello della riflessione sulla tragicità della condizione umana. Insomma, al di là del formato: romanzo, film, teatro, come in questo caso, Fantozzi ci entra, sempre, dentro, ci fa ridere sulle angherie che siamo gioco forza esposti a subire negli ambienti lavorativi, ci fa anche pensare, che in fondo, ogni occasione può essere quella giusta per urlare che “La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”. Si, Fantozzi è come un piatto di trofie al pesto, non passa, mai, di moda. 

Fantozzi, una tragedia, ha già vinto, con quest’ossimoro nel titolo. Si perché, a ben guardare, della commedia, c’è ben poco. Con il ragioner Ugo a guisa di epigono di Edipo ed Antigone, a prendere colpi su colpi dalla vita, a mostrare sempre resilienza e dignità ma al netto di questo, a prenderlo, regolarmente, in quel posto. Questo è chiaro e fresco in questa trasposizione teatrale  dell’opera uscita dalla mano di Paolo Villaggio. In programma al Carcano dal 12 al 15 marzo. Per la regia di Davide Livermore, la drammaturgia affidata allo stesso Livermore, Andrea Porcheddu e Carlo Sciaccaluga e Gianni Fantoni. Proprio  Gianni Fantoni ( già nel nome un Fantozzi mancato) incarna a  meraviglia, sfighe e peripezie, discese continue e rarissime risalite del ragionier più sventurato dell’umanità. 

 La pièce si apre con lui, la moglie Pina (Valentina Virando) e la figlia Mariangela (Ludovica Iannetti) alle prese con la sveglia. Inizia un’altra giornata,  all’insegna delle corse sfrenate contro il tiranno tempo.  Quel record di vestirsi e consegnarsi ai doveri, come ricorda umo dei brani cult “Sveglia alle 6 barba e bidet presto che perdo il tram” portato a livelli ancora più performanti con il tuffo dal balcone di casa direttamente… sul tram. Per arrivare in tempo a timbrare il cartellino. Lui, pover’uomo,  continuamente schiacciato da vari e multiformi Leviatani: il collega ‘amicone’ Filini (Cristiano Dessi’) ma sempre pronto a sfidarlo in duelli tristallegri e non restio a farlo sbranare da terrificanti figuracce. Il collega, lecchino, geometra Calboni (Paolo Giangrasso)  la signorina Silvani, interpretata da Lorenzo Fontana, vanitosa e sciocca dirimpettaia d’ufficio. È questo il mondo della vita di Fantozzi, dove lui sopravvive senza vivere mai davvero, sempre destinato a sprofondare pesantemente,  mai a galleggiare, leggero, sul sipario della realtà.  

Il ritmo frenetico del personaggio, la coralità delle delle azioni. Sono elementi  ricreati alla perfezione, con le musiche, affidate alla supervisione di Fabio Frizzi, che strizzano l’occhio a quelle che ne accompagnavano, l’incedere, sul piccolo schermo. Con dovizia di particolari, come gli occhiali di Filini, l’epiteto Puccetto’ dato da Calboni a Fantozzi. Con l’aggiunta di una voce narrante visibile, non fuori campo ma nel bel mezzo della scena, una donna con buffe cadenze dell’Est, Simonetta Guarino, che è al tempo stesso pagine del romanzo, da dove tutto trae origine e vocabolario parlante, che cita definizioni, spesso non richieste, dall’esercito dei personaggi ma simpaticamente accolte, dal pubblico. Abili gli attori a giocare col regista e con le scene di Lorenzo Russo Rainaldi, palleggiare la storia tra loro, rendendola così non scontata, vivace, intrigante, attuale e snidandola dagli anni 70 nei quali era ambientata.

Fantozzi le sfighe le attira, ci finisce avvinghiato nella loro desolante spirale, ma con quel realismo finale, quasi da Ginestra di Leopardi,  dell’uomo che dopo aver chinato sempre il capo a tutto e a tutti, accetta di buon grado con signorili spallucce, questa missione alla sottomissione

Si ride, si riflette, si rivive la mitica epopea di Fantozzi e si pensa a quanti Fantozzi oggi magari non sono sulla scena ma vivono nelle nostre città,  tra i nostri impiegati, nei nostri condomini. Piu vicini di quanto possiamo immaginare. Nessuno è umano con Fantozzi ma  Ugo è, e riesce ad essere anche qui a teatro, umanissimo con tutti quelli che lo guardano negli occhi sereni e nelle fattezze molto smoglianti di Fantoni dove la tenerezza, alla fine ,mette in fuorigioco la pietà. La tristezza delle varie pellicole risulta quasi abbracciata da questo Fantozzi: tanto tapino ma dolce in questi infiniti duetti con l’imbarazzo. 

Luca Savarese

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