Shylock, noi siamo ciò che facciamo

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Shylock compare dal buio nei pressi di una porta sbarrata in una calle veneziana straordinariamente riproposta nella sala della Cavallerizza.

E’ quasi l’alba e siamo a poche ore dal processo che l’ha opposto ad Antonio.

Shylock si appresta a lasciare Venezia.

Ha dismesso l’obbligatorio cappello rosso e acquistato contemporaneità indossando un abito da ebreo askenazita.

E’ così che inizia la performance di Mino Manni.

Anzi, forse, è così che continua dopo un preambolo allo spettacolo fatto dal Prof. Bruno Milone e dal Prof. Massimo Campanini (storico della filosofia islamica). Una introduzione necessaria per indirizzare il pubblico su un percorso di comprensione che altrimenti rischierebbe di perdersi nei milioni di ipotesi e congetture che inevitabilmente un argomento sensibile come la violenza e il fanatismo religioso crea.

Lo Shylock che ci viene presentato è sgomento e rancoroso, scoraggiato ed assetato di vendetta.

Ridotto sul lastrico medita di allontanarsi dalla città a cui è visceralmente attaccato e nella quale con l’umiltà del lavoro della sua famiglia e con la sua ambizione si è creato un nome ed una fortuna. Malgrado tutto e tutti! Trovando nell’odio che i cristiani nutrono per lui (e lui per loro) la forza di continuare e crescere.

E’ uno Shylock che non suscita alcuna empatia; forse solo un po’ di pietà quando invoca il nome della figlia fuggita con il “gentile” Lorenzo.

Ma non ha cuore il vecchio ebreo. In breve anche l’amore per la figlia Gessica si trasforma in odio a causa del furto subito ma, ancor più, per lo sperpero che i due fuggiaschi stanno facendo del suo denaro.

Shylock è solo abbandonato da tutti, amici (ammesso Tubal lo sia mai stato) e nemici.

La mancanza di odio subito o nutrito gli toglie forza.

Indossato il talled si rivolge a Dio in cerca di conforto…

E Dio che si manifesta attraverso il salmo di Davide (capitolo 38) per dare a Shylock e alla sua fede il colpo di grazia.:

“Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira.

Le tue frecce mi hanno trafitto, su di me è scesa la tua mano.

sono curvo…Sono torturati i miei fianchi,
in me non c’è nulla di sano….

si spegne la luce dei miei occhi”.

 

Shylock esce di scena sbaragliato subendo una ulteriore metamorfosi.

Abbandonate le sembianze del cattivo per “antonomasia di ieri” acquista quelle del “cattivo di oggi” declamando il celebre monologo del terzo atto : “…se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo?…” Ma non basta (fortunatamente) l’identità biologica a farci uguali. Come ricordava il Prof. Campanini citando il Corano: “ siamo stati creati per gareggiare in opere di bene” ed è quindi ciò che facciamo ci qualifica come “essere umani”.

Opera complessa e non banale con un finale “da discutere”

Ben condotta e recitata.

Roberto De Marchi

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