Rossella Falk, lo sguardo del teatro

rossella falk

Ci sono occhi, a teatro, che sembrano fatti apposta per bucare la quarta parete, e finire dritti nell’anima dello spettatore, il quale, come l’Atteone del mito, non può che trasformarsi in cervo, e lasciarsi cacciare da questa Artemide, libera e indomita, che porta il nome di Rossella Falk. Ogni suo gesto è ieratico, il reclinare indietro del capo, l’aprirsi del palmo della mano, sono, per così dire, la quint’essenza del femminile sulla scena, sono l’espressione di un realismo screziato di una vena poetica, malinconica, di uno spleen che non ha paura di offrire alla platea i suoi fiori del male di baudelairiana memoria, torturandoli dolcemente petalo dopo petalo, battuta dopo battuta.

Ed e’ altamente sofisticato il suo gioco delle maschere, dimostra di possedere così, per istinto, guidata da un interiore daimon recitativo, la capacità di costruire idealmente, con la sua recitazione dialettica, la galleria degli specchi di Versailles, nella quale la sua immagine si moltiplica nell’infinito trovarsi e perdersi dell’esercizio teatrale. Aristocraticamente voluttuosa come una donna di un ritratto di Boldini, fatale, moderna, e rasoiata sulla tela dall’ideale pennello di Tamara de Lempicka, incarna alla perfezione la battuta cinematografica che Jeanne Moreau dedica a Nikita: “ci sono due cose che non conoscono confini: la femminilità ed i modi per abusarne”. L’autore teatrale con il quale instaura una goethiana affinità elettiva è Pirandello, che ha il potere di essere un vero e proprio detonatore delle potenzialità interpretative di questa attrice. Indossa il dilemma dell’essere e del’apparire, dell’impossibilità di trovarsi definitivamente in un “io”, con la stessa disinvoltura con cui incede sui suoi tacchi. E per lo spettatore è dolce naufragare nei suoi sguardi, in grado di pungere quasi fino a sanguinare, e nelle sue pause, in quell’attenta punteggiatura del suo testo scenico, in cui, per un istante, esplode tutta la poesia dell’ ”hic et nunc” teatrale, ed un attimo dopo, meravigliosamente, è in grado di superarla con una risata beffarda o con un gesto definitivo. Aspira i suoi personaggi come se fossero una sigaretta, soffia il fumo della loro razionalità malata sulla platea, e, con fare elegante, deposita nel portacenere le loro ultime vestigia.

Nel gioco delle parti duetta in punta di fioretto con Romolo Valli, ed in ogni battuta sembra di scorgere il rilancio di una partita a poker, dove le fiches rappresentano la summa del logos pirandelliano. Nei sei personaggi in cerca d’autore, nel ruolo della figliastra, incarna una dolorosa vitalità, confeziona per il suo personaggio un vestito di alta sartoria interpretativa. Ed in Trovarsi raggiunge la sovrapposizione ottimale con il suo ruolo, esprimendo al meglio l’affascinante tossicità del teatro, capace di smembrare l’anima dell’interprete, di far si che si smarrisca in quei frammenti, orfani di un centro di gravità dell’ego. Quello che si può rubare al titolo è la capacità che la Falk ha di trovarsi in scena, di essere pienamente, senza compromessi o mezze misure, sulle tavole del palcoscenico, rendendo la finzione scenica un gioco maledettamente vero dell’interiorità, nel quale, pessoanamente, si finge che sia dolore il dolore che si sente veramente. Sfugge fatalmente a i suoi occhi quel filo sottilissimo di inquietudine, quell’istante supremo di smarrimento che possiedono le grandi del teatro, come se in quel momento, al pari della Pizia, non fosse lei a parlare, ma una divinità ad oracolare attraverso la sua bocca. Si destreggia tra il dionisiaco e l’apollineo, tra la misura razionale, e la follia la tragica, attraversa il palcoscenico che per lei si fa corda, con la maestria di un funambolo. Si ha l’impressione, nel suo guardare, di indovinare il magnetismo mesmerizzante dell’ipnotizzatrice, di una circe in grado, con le sue malie, di tenere il pubblico incollato alla poltrona. Il suo viso antico ed austero, scolpito idealmente nel marmo canoviano, si presenta come una maschera irresistibile, che si adatta con agilità ad esprimere sia la tragedia che la commedia.

Il suo corpo descrive linee curve, coreutiche, trova requie solo per il tempo di riprendere il fiato scenico, e poi continua nella sua instancabile danza. E la voce, che sembra provenire dal ventre della terra di Proserpina, ti afferra per il bavero, ti aggancia e non ti lascia più andare. In quella laringe si compiono riti misterici, iniziazioni al culto di divinità femminili. Ed infine i suoi occhi ti catturano e ti divorano nei loro gorghi, come due fatali maelström. Possiede lo sguardo di medusa in grado di pietrificare, di bloccare su di sé l’attenzione degli spettatori. In Rossella Falck davvero il teatro ha trovato un corpo in cui abitare, e Dioniso la propria Arianna da inebriare. Ma quello che più ci racconta l’essenza di questa attrice è il sorriso ironico, beffardo, quel sorridere di rimando con cui l’interprete risponde a quello, impenetrabile, degli dei della tragedia.

Danilo Caravà

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