Romolo Valli, il raisonneur

romolo valli

Ci sono voci che scorrono sotto le dita del nostro ascolto, regalando la sensazione piacevole, morbida, del fruscio milluplicato, massaggiante, del velluto, è una di queste è senza dubbio quella di Romolo Valli. Il suo potere perturbante, la sua capacità di mesmerizzare lo spettatore, di declinare una sua personale versione di ipnosi eriksoniana, trasformando in un veloce gioco di prestidigitazione fonetica gli impervi bizantinismi di certe battute pirandelliane, lo collocano, a buon diritto, nel pantheon degli attori nostrani. Basta rivedere, e, soprattutto, riascoltare le registrazioni dei suoi lavori con la Compagnia dei Giovani, le sue geometriche carambole vocali giocate con Giorgio De Lullo, Rossella Falck,.Elsa Albani ed Anna Maria Guarnieri, per essere presi dal medesimo incantamento che Dante auspica per sé, Guido e Lapo nel famoso sonetto.

La sua è una recitazione spinozianamente more geometrico demonstrata, deduce uno dopo l’altro, con una naturalità estrema, le frasi che il copione destina ai suoi personaggi, le offre vestite di un eleganza faringea, che diventa il marchio prestigioso della sua maison recitativa. Ma la quiddità della sua recitazione, la sua quintessenza, l’entelecheia di aristotelica memoria, ovvero la sua causa finale, la si vede, elevata all’ennesima potenza, nelle sue interpretazioni pirandelliane del raisonneur, del ragionatore, attraverso le quali porta Cartesio con sé, con la stessa spontaneità con cui il gentleman porta il fazzoletto nel taschino della giacca.

Tutta la pirandellianità è distillata, goccia a goccia nei suoi fonemi, e costruisce un’affabulazione liquida che è in grado di ammaliare persino se stessa, di portare avanti un gioco insieme elegante e sofisticato, in cui la ragione dell’attore sembra sempre sul punto di perdersi nel personaggio, sfida e si avvicina sempre di più a quel limite, senza, tuttavia, precipitare. La battaglia della ratio e tutta lì, nei suoi gesti geometricamente ineccepibili, controllati, calibrati, nella sua prosodia perfettamente in bilico tra matematica e sentimento come se fosse la musica di Bach. Da sempre, sembra destinato ad essere il padre, il personaggio in cerca d’autore, e la didascalia della dignitosa umiltà gli calza a pennello, è l’archetipo stesso di Leone Gala, del marito de “Il gioco delle parti” che ha una filosofia in grado di fare della maschera l’essenza stessa del pensiero.

Valli è immediatamente il teatro, la teatralità nella sua forma più nobile, e traghetta il cosiddetto teatro all’antica verso le rive frastagliate, affascinanti, i fiordi, i rias della psicologia, della riflessione filosofica, dei doppi o tripli fondi della coscienza e dell’emotività. Questo magistrale interprete possiede quello che i francesi chiamano bel esprit, la capacità di illuminare con una dolorosa ironia le sue battute, è un Talleyrand della scena in grado di servire fedelmente, e di tradire brillantemente, con la forza della logica necessità, ogni regime politico-psichico dei personaggi interpretati, sempre coerente sacerdote dell’idea più alta di recitazione, e sul suo altare votivo gli dei non possono non apprezzare il profumo, perturbante, del grasso gustoso, che si sparge fino all’ultima fila. Non a caso la perfezione kubrikiana ha fatalmente selezionato la sua voce narrante, per tradurre, attraverso il microfono della sala di doppiaggio, l’omniscient narrator del Barry Lyndon di Thackeray.

E davvero la sua voce in quel film sembra essere quella con cui si potrebbe verbalizzare i personaggi del quadro Autopsia di Rembrandt. Riesce a sezionare con piglio narrativo e scientifico l’intera storia, con la giusta distanza documentaristica, con le pennellate fonetiche eleganti di un pittore inglese del settecento, di un Hogarth. I suoi baffi razionali, burocratici, d’ordinanza, preannunciano il suo verbo logico che si beve i personaggi come se fossero il contenuto di un uovo, e trasformano, per un lunghissimo attimo, quel guscio nelle vestigia di chissà quale perduto e rimpianto impero. I suoi occhi, sorvegliati e sorveglianti, ora si fessurano per una messa a fuoco del più piccolo dettaglio, ora guizzano e scintillano di vivaci fiamme interpretative, contraltare dionisiaco, ad una recitazione apollinea.

La voce, punteggiata da sguardi, barricata ed invecchiata sapientemente, al pari di un vino, nel legno prezioso ed aromatico della sua laringe, è l’orologio ipnotizzante che pendola di fronte al nostro ascolto, con la forza impattante di un proiettile supera la pelle del conscio, passa il preconscio, e si fa strada, idealmente, nella carne dell’inconscio, ti entra dentro e rimane lì, con la forza e l’evidenza del teorema di Pitagora. Romolo Valli è, in buona sostanza un manuale di recitazione che cammina sulle tavole del palcoscenico, e l’eco di quei passi non si è spento con la sua dipartita, ma vive e si moltiplica in quei momenti, conquistati con forza da ogni interprete, quegli stati di grazia in cui un sovrappensiero, ovvero un’intuizione superiore, contende all’io razionale la sovranità sul personaggio.

Danilo Caravà

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