Recensione: “Una canzone infinita”

canzone infinita

Che cosa succede quando Tersicore, la Musa della danza, incontra Melpomene, Musa della tragedia, e riserva una specie di doloroso sorriso, preso in prestito da Talia, Musa della commedia, donato come prezioso tesoro allo spettatore? Accade che persino a Dioniso possa girare la testa, accade che sul palcoscenico del Teatro della Contraddizione, una ballerina ed un attore si trasmettano, per osmosi artistica, spirituale, la loro arte, ed allora si assiste alla nascita di una nuova creatura, che ci guarda con gli occhi digitali, e ci cattura, ci mesmerizza, come potrebbe fare un’ipnotizzatore. La storia del cantautore, attore, regista, Victor Jara e quella della moglie Joan Turner, danzatrice, coreografa, ha bisogno di una diva omerica che canti l’infame ira di Pinochet che infiniti lutti addusse ai cileni.

La storia si illumina di danza, ne coglie l’essenza, e gli interpreti trovano, inventano nell’aria, la resistenza dell’acqua, nuotano nello spazio, rendono visibile la meravigliosa fatica, ed insieme la necessità, di ogni singolo gesto. Si scrollano di dosso Euclide e la sua geometria, e disegnano uno spazio altro, perché alla fine il segreto della buona danza sta tutto lì, nella capacità di piegare lo spazio, di dargli corpo, di accarezzarlo con una cura struggente. E’ un coro essenziale quello che si vede in scena, che prende le mosse dalla dialettica incarnata dalla presenza di due esseri, capaci di scrivere, con cura amanuense, la loro calligrafia con la penna dei loro corpi. E proprio non è possibile dire da quale orizzonte sfumi la voce ed inizi la danza, quello che si osserva nel dipanarsi delle coreografie, e che si ascolta, perché il corpo parla, eccome se parla, basta tendere l’orecchio giusto per ascoltarlo, è la poesia, un’ipoteca di universale che vive nel verso, costituito da un gesto, che inchioda il tempo in quell’attimo, in grado di farlo esitare nella meraviglia della contemplazione di un singolo istante.

Persino le mani sono danzatori che abitano la presenza degli interpreti, aprono una meravigliosa danza separata di corteggiamento, e due dita diventano due gambe come in Shakespeare, un palcoscenico un regno. E le si guarda con la stessa voglia soddisfatta di magia con cui il bambino guarda il teatro dei burattini. Ma questa è anche una danza essenziale, che omaggia lo spettacolo “Il tavolo verde” di Kurt Joos, che racconta con la potente suggestione coreutica, il golpe di Pinochet, la tragedia per muoversi agile sulla scena, deve sfilarsi i pesanti coturni, e liberare, col piede nudo, tutta la propria energia. La quintessenza del movimento, senza un filo di grasso od una sporcatura, perfetta quanto un cristallo di neve, è distillata intorno ad una tavola, e cade goccia a goccia sulla retina dello spettatore, calca la propria orma sulla sua anima. La danzatrice Maria Carpaneto, che chiude nello spazio di un volto il mistero della tragedia e della tenerezza che riempie di sé il mondo, si disegna sulla scena con il gesto sicuro e semplice baushiano, sembra sempre sul punto di staccarsi dalla terra, e racconta misteri eleusini all’aria che la circonda. Vibra generosa come una foglia invitata alla danza da un vento leggero, e quando urla, ci soffia tutta la sua anima in faccia, e chi poteva aspettarsi che in quel corpo da silfide ci fosse tutto quel fiato, l’otre di Eolo con tutti i suoi venti. E’ un cuore che pulsa, ma anche una lunga, ostinata carezza che attraversa l’obiettivo della camera, e corre, in forma di un brivido elettrico, lungo la schiena.

L’attore Davide Gorla si lascia abitare dalla danza, si lascia contagiare da essa, e non ha paura di inoltrarsi in quell’oceano di gesti, andando dove non si tocca, dove idealmente non si può più camminare, ma bisogna necessariamente danzare. E fa tutto questo con il sorriso soddisfatto dell’enfant terrible, si lascia coinvolgere da questo girotondo dove prima di cascare il mondo casca il Cile, sotto lo stivale militare delle dittatura. Torreggia con gentilezza, piega la sua imponente verticalità all’esigenza della danza, è un gigante buono che abbraccia, con la sua coreografia, la donna bambina che abita insieme a lui la scena. Un uomo ed una donna scrivono ancora la storia dell’umanità nell’essenzialità del loro esserci, nell’Eden della scena. E fanno tutto questo con una naturalità che ha tutto il sapore di una conquista, di una fatica, quella di cogliere, con la stessa delicatezza con cui si maneggia un baco da seta, un’idea dall’iperuranio platonico, e di farne la semplicità di un gesto, di un esserci che sboccia nel terreno di ogni istante. Sono entrambi due fiori di carne che mostrano la loro dolorosa meraviglia nei confronti dell’umano e della sue aberrazioni, ma sono anche i colori dei petali, in grado di vincere con un sorriso l’orrore di una dittatura, di testimoniare, con la recitazione e con la danza, che la voce dell’arte è viva è vitale, non si arresta, supera anche lo schermo attraverso cui si annuncia, e lascia l’invincibile voglia di un contatto che rimane lì, sospesa sulla parola “fine”, con cui si chiude lo spettacolo.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*