Recensione: “The year of Cancer”

the year of cancer
Foto Sanne Peper

Il regista fiammingo Luk Perceval porta in scena al Piccolo Teatro, dal 5 all’8 aprile, “The year of Cancer”, adattamento del noto romanzo di Hugo Claus, con protagonisti i primi attori della compagnia olandese Toneelgroep: Maria Kraakman e Gijs Scholten van Aschat.

Al centro dell’opera un amore impossibile, lacerante, disturbato. Una coppia di amanti e il racconto di una relazione durata un anno e condensata in movimenti e atti di ribellione fisica dalla convenzione e dall’impegno, momenti stranianti e altri profondamente significativi, dal tragicomico al drammatico. Due persone di mezza età che si incontrano e ricominciano a sentire qualcosa, dopo anni di abitudinario torpore. Un matrimonio svuotato e, a stento, riempito dalla presenza della figlia, il tradimento, il passato e il futuro di due anime assolutamente comuni e banali che conoscono la potenza del sentimento e, tuttavia, si rivelano, reciprocamente, incapaci di sostenerlo. Tutto questo e molto altro rende la storia di Hugo Claus una testimonianza cruda e carnale della precarietà e spietatezza dell’amore.

Foto Sanne Peper

“Ti amo” “Come lo sai?” “Perché non riesco a stare senza di te”. L’insana e inevitabile necessità dell’altro diviene, qui, palpabile, attraverso la concitata partitura delle azioni, alle quali il testo fa da semplice ed essenziale cornice. Uno spazio enormemente vuoto, abitato solo dalle meravigliose note di un pianoforte in scena e da bambole maschili con il membro eretto, sospese a simboleggiare la dominante sfera sessuale che spesso determina vita e morte di una relazione e il sottile confine tra sensualità e pornografia. Ciò che è successo tra i due, quello che li ha attraversati e come li ha cambiati lo apprendiamo soprattutto mediante i loro corpi nello spazio. Dalla scoperta di ciò che reciprocamente li attrae e li seduce, l’innamoramento, l’esplorazione del mondo dell’altro, della carne, dei solchi naturali e quelli causati dai detriti del vissuto all’insoddisfazione ed insicurezza, incomprensione, incomunicabilità di due esseri inetti all’amore quanto all’abbandono. La radice di queste parole determina l’essere dentro qualcosa, trovarsi all’interno di una relazione che implica il confondersi, l’aggrovigliarsi l’uno con l’altro fino a diventare parti di un intero indivisibile.

L’opera parte da una distanza che è osservazione, calcolo, dubbio. Man mano che la storia si sviluppa, i sentimenti si evolvono, i personaggi diventano sempre più vicini: l’azione rallenta, i corpi aderiscono, si incastrano, si fissano. Prima unione, poi prigionia. La sessualità diviene sempre meno ricerca e sempre più rifugio, poi incompatibilità, mancanza, silenzio. Anche la passione si assopisce e resta impulso alla violenza. Nella parabola discendente di un sentimento che muta, dell’innamoramento che lascia spazio all’amore maturo che sa essere crudele e farsi abitudine, che pone radici più forti e provoca ferite più vivide, è straordinario il lavoro degli attori sul palco: riescono a restituire, nella fisicità, lo spasimo di due amanti impediti e masochisti e, al contempo, a straniarci completamente da essi e dal loro sentimento, attraverso gesti e azioni assurde, irriverenti, volgari, provocatorie. La naturalezza delle azioni e l’assurdità delle reazioni divengono espressione di un ritratto umano e di coppia spudorato, che il regista ci offre nel corso dello spettacolo. Perceval stesso, afferma: “con Grotowski io credo che il teatro e la recitazione debbano essere naturali, come la vita».

L’amore è un duello che non conosce vincitori, né sconfitti. Ed è estremamente difficile, complicato decretarne la fine. A volte i corpi la avvertono prima, ma sentono maggiore difficoltà nella separazione. E allora si cercano, anche quando non vogliono, quando è inutile, meschino, doloroso. Il corpo segue, stupidamente, l’impulso di trattenere un amore che non abita più gli amanti e pur di non sentirsi un rudere abbandonato, continua a inseguirlo, a stargli dietro, a ricordarlo. E quando è la vita, o la morte, a determinare la fine, ciò che vividamente il corpo trattiene è il tatto, l’odore, la carezza e lo schiaffo dell’altro. Il corpo conserva, seppur nostalgico, depredato e mancante, perché, come scrisse Kerouac: “La vita non è abbastanza. Allora cos’è abbastanza? Sentire…altrimenti si muore.” In questo senso, The year of Cancer ci invade e pervade, inevitabilmente.

Giuseppe Pipino

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