Recensione: “Mattatoio n.5”

Mattatoio
foto Maria-Luiza-Fontana

In un periodo in cui il tempo è più atteso di Godot, e non è più una forma kantiana a priori, piuttosto segue il sovvertimento onirico, si allunga, si spezza, tiene il fiato per sopportare una lunga apnea, il testo di Vonnegut, Mattatoio n. 5, sembra fatto apposta per essere drammatizzato, per diventare uno spettacolo in cui le lancette dell’orologio diventano due gambe di una danzatrice, e descrivono figure diverse, sono un compasso che si apre e si chiude per tracciare il cerchio dell’eterno ritorno.

Il protagonista, Billy Pilgrim è un viaggiatore nel proprio tempo, nei fotogrammi della propria storia esistenziale, narrata da tre personaggi, che raccontano rashomonamente la loro verità sul protagonista, il quale fatalmente appare per ciò che è per gli altri, e risulta ancora più inafferrabile il suo essere per sé, visto che sguscia continuamente in un diverso spazio-tempo. A dare la stura alla storia è uno scrittore,che dà il tempo a questo spartito drammaturgico con il ritmo del suo battere sulla macchina da scrivere, sul suo foglio bianco vive idealmente la dimensione metanarrativa, meta teatrale del testo, che obbedisce alla fatale legge di gravitazione, la quale lo spinge verso il limite del bordo laterale, che prosegue incessantemente , contrappuntata da pause, che sembra fatta apposta per aprire con lo spettatore una scommessa di ipnosi eriksoniana, un patto narrativo, uno stato di trance necessario per entrare nel mondo de protagonista, che scardina il rapporto di causa effetto, lo percorre idealmente in entrambe le direzioni.

Il gioco riesce, l’abracadabra è fatto di tirate nervose di sigaretta, di libri cercati in un polveroso cumulo, della parola che si accende al momento giusto, ed in un oplà ci si ritrova nel bel mezzo della storia. Il secondo appuntamento è con la moglie appollaiata al suo totem post-moderno, al monolito degli alimenti che risveglia l’appetito consumistico, il frigorifero. Racconta la quotidianità mangiando alimenti, e nutrendosi anche di parole, masticando con cura e con voracità il racconto del marito, con la naturalità di una pigra immagine di pop art che riproduce se stessa, e conquista i suoi warholiani 15 minuti di celebrità, perché, per una volta, la telecamera è piazzata idealmente nel set naturale di una cucina. Ci racconta con semplicità la sua stessa morte, ed il suo approdo definitivo allo status di personaggio, che sopravvive alla sua stessa narrazione, che oppone all’eternità il suo essere perpetuamente fedele a se stesso, e per ultimo sgranocchia quel tempo che dovrebbe sgranocchiarla, ed il piatto che consuma con maggior appetito è quello rappresentato dalla storia del marito del protagonista, perché ha un gusto indicibile, è una ricetta incoglibile, che si cerca instancabilmente di indovinare.

Il terzo salto ci porta su una panchina dove un personaggio un po’ clochard racconta la guerra, La Dresda distrutta, l’ira della seconda guerra mondiale che infiniti addusse lutti all’umanità. Racconta il protagonista e la sua irriducibile alterità rispetto all’assurdità del conflitto. Questo commilitone di Pilgrim scalda la laringe al punto giusto per farci scottare idealmente le dita toccando il suo racconto. Questo è il punto zero dove di incontrano le tragedie, dove tra le rovine di Dresda e quelle di Troia c’è giusto un cambio di calzature, dai coturni, ai pesanti scarponi da soldato. Il quarto incontro è quello con la “science fiction double feature” nella quale  al posto degli “androids fightning Brad and Janet” vediamo una diva del cinema hard, rapita dagli alieni, esposta come una Lola Montes ophulsiana all’interno di un circo/zoo galattico, che ci narra la svolta più decisamente fantascientifica nella vita del protagonista, rapito anch’esso, la parte della sua pellicola esistenziale che prende i colori ed i titoli degli esseri degli altri mondi. Rende la sua cattività un altro modo di declinare il quotidiano, di fare dell’assurdo una normalità beckettiana, una sordina costituita da una diversa forma di abitudine. E gli alieni hanno in tasca la filosofia di Severino, gli istanti che esistono eternamente, e le morti che non sono, dunque, davvero morti, nemmeno quella di Pilgrim, il passato è semplicemente quella parte della celluloide che è all’interno della bobina che accoglie la parte del film già vista. Il regista Emilio Russo fa la barba con il rasoio di Occam alla vicenda, mostrandocela nell’essenzialità di quattro luoghi deputati, la scrivania dello scrittore, il frigorifero, la panchina, la gabbia aliena, dove accendere il camino delle intenzioni e del mondo emotivo dei quattro interpreti.

Keith Jarrett suona sul piano passaggi della vicenda, ed il suo jazz che inganna il tempo, che lo piega alle esigenze dei suoi fraseggi, sembra fatto apposta per accompagnare le vicende del protagonista. Jacopo Sorbini ben incarna la sornioneria dello scrittore, la sua capacità affabulatoria, ed impastando nervose tirate di sigaretta, e fonemi costruiti su uno studiato dégagement perché “così va la vita”, crea una ricetta di alta cucina. Giuditta Costantini è una moglie che restituisce nella vocalità e negli sguardi stupiti, la piccola ed enorme preziosità dello zoo di vetro dei suoi istanti domestici. Nicolas Errico è un soldato/clochard che ha un Tom Waits che duetta con Ecuba nella laringe, e fa del suo dire il palcoscenico dell’orrore della guerra. Ed infine Chiara Tomei trasforma il corpo in gabbia, in una serie di lettere, di grafemi, in una calligrafia elegante, rotonda, che contrappunta un racconto impossibile, eppure normale, nella magia della sua recitazione.

Danilo Caravà

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