Polli da volo: ospite Teatro Out Off

teatro out off

Il Gallus Sinae è un uccello domestico, allevato per moltissimi scopi, meglio noto come “pollo”.
È però celebre per non essere in grado di volare. Se non per piccoli tratti.
Per qualche piccolo slancio di necessità.
Il “Pollo da volo” è invece una razza strana, socievole, selvatica, che sfida la natura.
Cercherà sempre, giorno per giorno, di volare.
Anche se gli allevatori, da oltre un recinto lontano, continueranno ad urlare che non serve.
La rubrica “Polli da volo” nasce con l’intento di sostenere e dare voce agli esercenti dello spettacolo, messi
in difficoltà dall’attuale, terribile, tragedia che sta colpendo tutti. Tutti costoro, sono Polli da volo.
Se per oggi non si vola, domani si vedrà.

PUNTATA 7: TEATRO OUT OFF

Chi siete?
Dalla data di fondazione, 1976, l’Out Off ha sempre cercato di favorire l’incontro fra le diverse discipline artistiche mettendone alla prova le potenzialità espressive. Ha creato connessioni fra i linguaggi della poesia, della danza, della musica contemporanea, incontrando artisti di spessore mondiale come John Cage, Hermann Nitsch, Nanni Balestrini, Jan Fabre, Franco Battiato. Si è poi occupato di promuovere la drammaturgia contemporanea e ha scoperto autori europei fondamentali come Edward Bond, Lars Noren, Rodrigo Garcia; messo in scena testi inediti mai rappresentati di grandi drammaturghi della storia del teatro del ‘900: Tennessee Williams, Joe Orton. E’ stato soprattutto una fucina di artisti che hanno iniziato il loro apprendistato artistico all’ Out Off e si sono poi affermati nel teatro nazionale come Antonio Latella, Antonio Syxty, Danio Manfredinj, Antonio Calbi, Renzo Martinelli, Gigio Alberti, Mario Sala, Elena Callegari e anche drammaturghi come Edoardo Erba, Roberto Traverso, Massimo Bavastro. Ha stretto collaborazioni con importanti registi-pedagoghi e intellettuali degli ultimi trent’anni Luca Ronconi, Carlo Cecchi e soprattutto Franco Quadri.

Qual è la vostra poetica?
Noi siamo delle persone prima di tutto, e secondariamente degli artisti. Siamo inseriti nella realtà che ci circonda e dalla realtà partiamo per proporre la nostra visione del mondo. È un rapporto osmotico, imprescindibile, fra i nostri strumenti poetici e la società in cui viviamo. In 40 anni di attività abbiamo dedicato gran parte del nostro lavoro alla diffusione e conoscenza di autori contemporanei di spessore europeo, grandi coreografi, musicisti, scultori e pittori che hanno lasciato un segno nelle arti del nostro tempo.
Con le nostre energie e sacrifici abbiamo contribuito fattivamente alla realizzazione di una moderna sala teatrale di cui può e potrà disporne in futuro Milano. Una sede che rappresenterà sempre di più una casa per le giovani generazioni artistiche formate dalle scuole di eccellenza della città.
Da circa otto anni abbiamo anche cercato di diffondere curiosità e interesse intorno ai grandi autori letterari del Novecento, che hanno raccontato il percorso politico e di costume del nostro paese, stimolandone la lettura.
Pensiamo che nelle pieghe delle strutture linguistiche dei grandi autori si nasconda l’esperienza di vita di un periodo storico che è fondamentale conoscere per interpretare al meglio la nostra realtà contemporanea.
Di recente abbiamo favorito e sviluppato rapporti con il nostro territorio, entrando in contatto anche con realtà di aggregazione e iniziativa sociale come ad esempio il “Centro Anziani” di via Cenisio, l’”Associazione dei commercianti della via MacMahon”, la “Centrale dell’Acqua” di Piazza Diocleziano e con realtà invece più vicine alla nostra vocazione come la Scuola Civica di Musica Claudio Abbado. Tutto questo per allargare il nostro bacino d’utenza, in modo che la nostra offerta culturale non fosse destinata solo ad un’ élite ma diventasse sempre più stratificata.
Il teatro deve offrire occasioni di scambio culturale fra le persone e quando queste vengono a mancare, come in questi giorni, è complicato dialogare anche con noi stessi, nonostante i mezzi tecnologici ci permettano di metterci in contatto virtuale con il mondo.

Come state vivendo questa situazione?
Con preoccupazione, con il desiderio di ritornare presto alla vita normale. Subiamo forzatamente questi eventi, rivolgendo la nostra concentrazione sul senso di tutto quel che ci sta accadendo in questi giorni e sul ruolo che avrà di nuovo il teatro una volta che si riprenderanno i contatti sociali.
I rapporti fra le persone saranno condizionati da tutto ciò che ci sta succedendo. Quindi anche il teatro dovrà resettarsi. Il teatro vive di confronti che determinano rapporti fisici e intellettuali di costante vicinanza.
La presenza degli altri è fondamentale. In questi giorni siamo costretti a vivere sigillati nelle nostre case, all’interno delle nostre mura domestiche, sperimentando la differenza fra un mondo non reale, in cui la tecnologia prende il sopravvento e un mondo umano che ha invece rispetto della natura e vive in armonia con essa. Sembriamo personaggi immaginari inseriti dentro un gran computer. Le nostre case, i nostri appartamenti diventano paradossalmente gli involucri tecnologici in cui siamo costretti a vivere in modo simulato senza più alcuna comunicazione con l’esterno.
C’è poi anche l’aspetto pratico, economico, che ci preoccupa profondamente. Quello che è accaduto ha intaccato sensibilmente le economie dei teatri e delle associazioni che fanno cultura.
Senza il pubblico che frequenti i teatri, dalle sale più piccole a quelle più grandi, che partecipi ai dibattiti, agli spettacoli dal vivo, la nostra attività sarà fortemente condizionata per diverso tempo.
I sussidi, gli aiuti che il governo ha deciso di stanziare potranno coprire in piccola parte le perdite economiche che questa situazione ha determinato.
Ormai la stagione teatrale di quest’anno è finita.
Mi auguro soltanto che nella distribuzione delle risorse ci sia la volontà di salvare tutti, anche le piccole aziende che hanno dimostrato negli anni di lavorare con serietà e professionalità e di avere ancora le energie per creare e immaginare progetti culturali necessari alla città.

Al momento state offrendo delle proposte alternative allo spettacolo dal vivo?

Lorenzo Loris
Lorenzo Loris

Premesso che non crediamo affatto che il teatro possa prescindere dalla sua natura che prevede il rapporto necessario e fisico tra attore e pubblico, in questi giorni di smarrimento e di paura ci siamo resi conto che “Confessioni di un roditore”, lo spettacolo che il regista Roberto Trifirò ha tratto dal racconto “La tana” di Kafka, che avrebbe dovuto essere in scena fino al 5 aprile, raccontava esattamente quello che stiamo vivendo. Abbiamo così deciso di condividere attraverso i social l’emozione di sentirci tutti dentro la tana del misterioso “narratore” di Kafka che cerca di isolarsi e di difendersi da un nemico invisibile rinunciando alla libertà. Kafka, ci fa riflettere con ironia e senso del ridicolo sulle nostre angosce più profonde esorcizzando la paura e preparandoci, con la piena assunzione della responsabilità a cui siamo chiamati tutti in questo momento, a desiderare di uscire presto e insieme agli altri dal tunnel. Tutte le sere alle 20.45 sui nostri social abbiamo dato un appuntamento virtuale al nostro pubblico. Roberto Trifirò ha trasmesso dalla sua “Tana” ogni giorno immagini e parole tratte dallo spettacolo “Confessioni di un roditore” insieme a letture da Kafka realizzate appositamente. Nelle prossime settimane e fino alla fine di questa emergenza continueremo a trasmettere nostri piccoli contributi di resistenza culturale coinvolgendo gli artisti che avrebbero dovuto essere in scena al Teatro Out Off cercando di combattere con le armi della cultura dalla trincea delle nostre case il nemico invisibile che ci assedia. #iorestoacasa #entranellatana #laculturanonsiferma

Cosa vi augurate per il futuro di voi operatori dello spettacolo?
L ‘augurio è il fatto di poter riprendere a pieno ritmo, ancora meglio di prima. Chiaramente la consapevolezza è un’altra: quella di dover fare dei passaggi per ottenere questo risultato, per arrivare a essere un ente che aggrega, perché questa situazione del virus allontana, disgrega, fa vedere tutto attraverso un vetro, come lo vediamo in farmacia, come lo vediamo in televisione. Il teatro ha seguito sempre delle altre logiche: quella di mettere in comunione le persone, per esempio. Questo dovrà essere almeno all’inizio rivisto, la vicinanza sarà molto annacquata, soft, perciò non potremo più lavorare sul numero degli spettatori ma dovremo puntare, sempre di più, sulla qualità del lavoro. Se in un teatro di 300 posti si auspicava di volerci far stare 301 persone, in futuro gli spettatori dovranno essere 30 per garantire la sicurezza di tutti.  Gli spettacoli dovranno avere un costo più basso in modo da poterci permettere di avere un pubblico monitorato, che possa seguire senza fare il commento col vicino, anche se è segno d’ intimità di vicinanza, ma il dialogo avverrà ancor più che in passato tra lo spettatore e la propria anima e le vibrazioni che intercorrono con l’artista.
Anche l’attore, abituato ad avere il sostegno di un pubblico nutrito, dovrà capire che 30 persone valgono come 300 e quindi mettere forza, energia e entusiasmo anche davanti una a una platea esigua, scremata.
Dobbiamo lavorare per il bene del pubblico e sicuramente continuare a dare cultura coi mezzi e con gli strumenti che abbiamo, tenendo in considerazione i cambiamenti della società e soprattutto quelli della salute collettiva.
È il momento dei no all’essere divi e dei sì all’umiltà di chi è qui non per spaccare il mondo ma per riattaccarne i pezzi.

Intervista di Jasmine Turani
Grafica di Ginevra Lanaro

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