Zanandrea ci accompagna nell’alveare di specchi

alveare di specchi

Sono le 20.55, al Teatro Delfino è in cartellone “Alveare di specchi”, lo spettacolo inizia alle 21.00 e le porte della sala non sono ancora state aperte. Un minuto, due… ecco le maschere: si può entrare. Solo dopo essersi tenuti la propria parte di biglietto si svela il vero motivo di tutte queste stranezze. Raccolti in un piccolo gruppo si viene accompagnati al proprio posto, che differentemente dal solito non si trova in platea, bensì sul palcoscenico. Una cinquantina di sedie aspettano abbonati e non, rivolte verso la sala.

Il sipario si apre e un uomo in compagnia di un teschio attende seduto su una sedia alta. Aspetta per un provino, tenta fino all’ultimo di evitarlo, per paura o insicurezza – e un po’ di supponenza – ma alla fine, ultimo tra gli ultimi, si trova davanti al Maestro. Suda freddo. Come recitare Amleto? In modo enfatico? Realistico? Immedesimarsi o no? Cosa è meglio fare? Che direzione prendere? Il Maestro, tra sbraiti di egocentrismo impone le sue verità, ma in realtà tutto questo è solo l’inizio di una grande riflessione.

Da queste domande infatti prende vita Alveare di specchi, una raccolta di pensieri sul mestiere dell’attore attraverso le parole dei maggiori testi drammaturgici di tutti i tempi, canzoni e riflessioni dirette, tutte presentate da un unico interprete, Federico Zanandrea.

Gli spettatori, sul palco insieme all’attore, sono portati a condividere in modo diverso dal solito la performance: sì il teatro è condivisione, è arte viva, ma questa volta il pubblico non è complementare all’attore, ma è chiamato a stare con lui, a guardare con i suoi occhi, a mettersi nei suoi panni – e non in quelli del personaggio – con le sue stesse paure, aspirazioni, sentimenti.

I testi e le canzoni (egregiamente sostenute da Zanandrea), che intervallano le riflessioni più razionali, sono un pretesto per parlare dell’utilità del teatro oggi, e del mestiere attorale. Chi è solitamente abituato a guardare e ha assaporato solo questo ruolo, è preso per mano, catapultato nella dimensione opposta, e, attraverso una fine ironia, si ritrova a sbirciare tra i luoghi comuni e le situazioni che riguardano spesso chi invece ‘fa teatro’.

In conclusione uno spettacolo fortemente sincero, un vero dono, in cui l’attore, ancor più che al solito, si mette a nudo e racconta chi è. Forse questo condividere, questo ‘vivere con’ ancora più forte e profondo, per una sera, ha rimarcato la sua importanza e necessità, in un momento in cui normalmente per dire di essere insieme basta un solo click.

Vera Di Marco

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