Uno sguardo su “Lorca sono tutti”

lorca sono tutti

Il processo artistico da cui è mosso e si muove Diego Tortelli è davvero parecchio interessante e molto personale la cifra stilistica con la quale determina le sue coreografie.

In “Lorca sono tutti” lo si intuisce molto chiaramente e visibilmente per la compatta e affascinante rielaborazione con la quale stabilisce, nell’ambientazione scenica, il luogo cardine cui accostare, con organica vivacità registica e coreografica, riferimenti storici, filosofici e artistici per restituirceli trasfigurati in una danzata narrativa: quella del periodo storico vissuto da Federico Garcia Lorca, 1898-1936.
È una prospettiva aperta, quella di Tortelli, dove gioca una danza visionaria e istoriata che lascia l’impronta dei suoi passi tra una trasparenza e non dei pannelli che scorrono dividendo o aprendo lo spazio scenico stratificandolo in più contesti spazio-temporali.
Pareti velate o non come indizio identificativo di fotografata o di occultata realtà.

L’arresto di F. G. Lorca è attestato al 16 agosto 1936 e la morte al 19 agosto dello stesso anno, ucciso fucilato dai falangisti seguaci di Francisco Franco: il suo corpo non è mai stato ritrovato n’è le circostanze mai ben chiarite.

È l’insorgere della Guerra civile spagnola, preludio alla seconda guerra mondiale.
Un lutto, quello di Lorca, che si protrae nella storia – traino di altre morti – altre tombe senza corpi e senza nomi.
Una tragedia sottolineata in scena dall’agonia di ripetuti tocchi di campana – l’atmosfera cupa e tetra – una danza che procede astratta, sfinita-definita dalla fatica di quotidiani travagli e dolori.
È l’Andalusia, terra tanto amata e rivelata dalla poetica di Lorca, decantata d’amore, morte e mistero; un Lorca oscillante tra una nostalgica felicità perduta – quella degli anni più giovanili – e i successivi conflitti personali segnati d’angoscia e depressioni che lo porteranno a decidere di trascorrere un periodo di tempo a New York prima e a Cuba poi.

Il rientro in Spagna lo ritroverà ancora più maturo per il ruolo che il mondo del popolo ricoprirà nella sua poesia e nei suoi scritti per il teatro rendendolo ancora più ribelle verso la scelta di un orientamento repubblicano tra quella confusione d’incertezza e d’instabilità politica cui versava il paese.

Diego Tortelli irradia per il poeta una danza che procede come un ricamo in filigrana incastonato dalla caducità dei corpi, come a volerne sottolineare l’emarginata fragilità, in una condizione fisica-psichica, contrapposta alla sfida fiammeggiante di altri corpi che invece si stagliano – ventagli alla mano – a stemperare vitalità e glamour della tradizione gitana; demarcando quanto valore e spessore artistico incidano nella capacità di difesa dei propri ideali!

Corpi in grado di trasferirci scena dopo scena nella vibrazione di tableaux vivants con il suono di chitarra dal vivo, una drammaturgia musicale originale e la complicità di un occhio gigante proiettato in sala come specchio inglobante passioni, drammi, alterazioni e segreti di ciascuno di noi.

Uno specchio che nel quadro finale ricongiunge tutti in digressione sopra un cumulo di terra a proferire parole sbriciolate tra la polvere e le rose, parole che si depongono vacillando e dissolvendoci: “Si muore senza amore, si muore”.

Vitia D’Eva

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