Uno sguardo su “Duo Goldberg”

duo goldberg
foto Salvatore Pastore

Un palco – un pianoforte – una danzatrice – una musicista: il pubblico; uno sguardo d’intesa tra le due artiste, il pubblico guardante che quello sguardo coglie e accoglie: un Johann Sebastian Bach che tutto risucchia nella circolarità delle sue variazioni.

Questo il “Duo Goldberg” che “Adriana Borriello” ci regala innescando con “Gilda Buttà” una piattaforma scenica quale mappa concertata d’informazioni che in tempo reale aderiscono all’unisono tra musica e coreografia, intercalando alternanze di sguardi l’una all’altra nel qual mentre Gilda suona e Adriana danza, in una coesione d’insieme gestita con tocco e sensibilità di magica carezza.
Un percorso quello di Adriana Borriello che la porta con crescente curiosità e motivazione a voler ricercare sempre più sottilmente la delimitazione tra suono e movimento.
Con questo slancio ancora una volta ci sorprende nella sua autentica capacità di ricreare un senso di relazione tattile a distanza avvolgendoci nella possibilità di poter percepire – attraverso lo sguardo – l’apertura per circostanze altre del sentire.

La poetica della sua danza si esprime come se virtualmente ogni movenza intonasse le note quasi fossero esse stesse il flusso di un prolungamento del suono che dalle corde, azionate dal tocco di Gilda sui tasti del pianoforte, si propaga all’esterno nelle sembianze coreografiche di Adriana.
Una danza – nelle geometrie spaziali – essenziale, rigorosa e dal limpido suono, concertata con atmosfere di silenzi morbidi e rilassati quando Adriana modifica qualche accento del suo abbigliamento, come quello di accorciare la gonna sul corpo per ripresentarcelo forse in quel look degli anni ’80 – in Belgio – quando, con “Anne Teresa de Keersmaeker” è cofondatrice dello storico gruppo “Rosas” e danza nello spettacolo “Rosas Danst Rosas”.
Adriana e Gilda pur con tecniche d’esecuzioni molto differenti riescono, con armonico equilibrio delle parti, evocare tempi e architetture di variazioni continue accorpandone l’intensità d’anima di Bach del quale l’approfondito studio diviene veicolo induttore personale ed esperienziale da condividere in sinergia con il pubblico.
Risulta così non difficile o non così improbabile associare la loro speculare aderenza – al tempo stesso virtuale e percettiva – all’immaginario cinematografico e pertanto al delicato momento che contrassegna il passaggio dal cinema muto a quello sonoro.

È bellissima la sequenza quando Adriana Borriello dopo essersi spogliata di pantaloni e scarpette – indossati abitino e stivaletti – si accomoda – nell’angolo opposto della stessa diagonale dove Gilda Buttà è seduta al pianoforte – su medesimo sgabello: qui inizia delle gestualità – con accompagnamento live – così repentine e veloci da indurre in chi guarda l’allusione di una visione filmica.
Complice quella coda di cavallo annodata alta sulla testa come raffinata linea di continuità e impulso che a ogni suo gesto – a seconda delle variazioni ritmiche danzate – la ritraggono guerriera o sfinge – oppure – disorientata di fragile caducità.
Scansioni iconografiche in movimento che a capelli sciolti liberano tutte le note viste e sentite cristallizzandole!

Vitia D’Eva

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