Uno sguardo su “Delirium + Alchimia + Solo”

delirium

Matteo Gavazzi, giovane artista ballerino annovera esperienze di lavoro con alcuni dei principali coreografi del 900 tra i quali William Forsythe, Jiri Kylian, Mauro Bigonzetti; dal 2005 nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala partecipa ad allestimenti di repertorio sia classici che contemporanei non solo come ballerino ma anche in veste di coreografo; non ultima nel 2017 la sua collaborazione in una proposta scaligera per “La Valse.”

A Milanoltre Festival 2018, Matteo Gavazzi è in prima nazionale come autore coreografo di “Delirium + Alchimia + Solo” – un trittico che indaga quell’intervallo dell’essere che passa tra ciò che si è e ciò che non si è – delineando una scrittura coreografica di chiara, giocosa e libera lievità che oscilla tra stati d’animo di buio + buio dovuto a circostanze d’intima criticità.

Come ridimensionare nel silenzio quel dialogo tra sé e sé che irrompe come un turbine senza soluzione di continuità quando ti scalfisce – come incudine – nella testa – ti dilania nell’animo e t’annulla di lucida ragione?
Un vuoto, un peso, un groviglio tali per cui o cadi e t’atterri o t’affronti e ti rialzi.

È la luce di un attimo che si deve saper ricreare: l’afferri e l’incontri o è il buio per sempre!

È in queste sfumature che intercorrono tra disidentità e identità d’appartenenze che Matteo Gavazzi gioca la sua scacchiera di possibilità con una danza che procede gradevolmente e gradualmente in movenze protagoniste dei tre quadri – artefici dei diversi momenti e mutamenti dell’esistere.
Una metafora della vita che attraversa con coraggiosa delicatezza e risoluzioni molto spontanee e spiritose.

Il suo è un viaggio molto ben delineato e composto con dinamiche ben diversificate e ben sintonizzate tra musica classica e variazioni strumentali.

La sua è una messa in scena semplice e rigorosa che s’avvale della presenza di giovani e bravi danzatori e di un alter ego protagonista di cui Fabio Saglibene ne è l’interprete.

Molto bello il momento in cui la follia si fà sempre più alta con urlato lamento e in cui anche i danzatori si ergono alti – disposti sopra cubi sparsi – come muri di pietrificata chiusura.

Oppure i momenti più briosi e leggeri quando il varco d’iniziazione si apre e ciascun danzatore rivela una propria idea d’identità – più o meno velata o svelata – tra luci e pannelli verticali in trasparenze + chiare o + scure.
Bello l’uso dei colori negli abiti sui danzatori che giocano a coppie o in movenze scherzose nelle relazioni corali mentre – attraverso il gioco cromatico delle parti e l’interazione con l’uso di proiezioni geometriche e valori algebrici su uno schermo – sembrano evocare sempre più nuove e possibili soluzioni d’apertura con movenze soavi e leggiadre nel procedere di un processo creativo sfaccettato e contemporaneo!

Come quando una danzatrice compare in scena in monopattino e fresca fresca – sorridente e spavalda – scivola via a ritmo di recitato mantra che forse tradotto potrebbe esprimersi cosi:
“via via nuvole nere via!”

Vitia D’Eva

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