Un “Cabaret” come non l’avete mai visto

Aveva ragione il regista Saverio Marconi quando aveva affermato, durante la conferenza stampa di presentazione di questa nuova versione di Cabaret, che si sarebbe trattato di uno spettacolo fuori dalle regole rispetto a quanto proposto solitamente dal panorama musicale italiano.

Ed è proprio così che va affrontato e visto, a mente e cuore aperti per immergersi e lasciarsi avvolgere dall’atmosfera carica di drammaticità e di decadenza che lo contraddistingue. Non intimoritevi, però: non ci racconta niente di diverso da quella che è la nostra realtà, soprattutto in questi ultimi giorni dopo i fatti di Parigi, e non solo. In verità è un forte invito alla riflessione e all’azione, perché qualsiasi cosa accada nella nostra società, intorno a noi, anche se non ci tocca direttamente comunque ci riguarda, e prima poi arriverà a colpirci. Bisogna prenderne coscienza.

E’ proprio nella fase ‘sospesa’ della presa di coscienza che si svolge la storia che ci racconta questo Cabaret, in un nostro tentativo di negazione o fuga dalla realtà incombente, concedendoci di distrarci con ciò che ci piace, e lasciandoci in qualche modo trascinare dagli eventi senza troppi pensieri e progetti. Così è più facile, ma è anche un atteggiamento tipico della gioventù, che vive e si alimenta della sua stessa energia e spensieratezza, con un pizzico di incoscienza; si pensa sempre che le cose potranno cambiare in meglio, che comunque tutto si aggiusterà. Ecco l’atteggiamento predominante dei personaggi di questa storia.

Giampiero Ingrassia, uno strepitoso Maestro di Cerimonie, tiene un po’ le fila di tutto lo stato d’animo dello spettacolo; un po’ Jocker, è una miscela perfetta di oscurità ed ironia che lascia presagire un dramma incombente e si appella al nostro disperato bisogno di svagarci, perché in fondo non si può vivere di soli obblighi e doveri, la vita sarebbe altrimenti troppo arida e grigia.

Un po’ come un predatore, Cabaret_foto18_phGiuliaMarangoniIngrassia ci incanta e attira nella sua rete, il famoso Kit Kat Klub di Berlino, promettendoci meraviglie, e allora noi ci facciamo catturare perché in fondo ci piace anche esplorare e sperimentare, e perché un’avventura è il miglior modo per imparare qualcosa di nuovo, pure su noi stessi.

Di questo spettacolo ho amato particolarmente la scenografia: spoglia, essenziale, come fosse ancora in fase di allestimento; assi di legno grezzo, un semplice telo come sipario che si alza e si abbassa e taglia in due il palcoscenico, e viene usato anche come elemento scenico, e poi funi e cavi a vista, tecnici che vanno e vengono, nessuna quinta, oggetti che vengono spostati mentre sta cominciando una nuova scena.

E’ tutto davanti ai nostri occhi, lo spettacolo stesso si sta costruendo in quel preciso istante, e ogni giorno è uguale e diverso da sé stesso, a seconda di chi lo guarda e lo vive; è spoglio, crudo questo palcoscenico, perché in questo Cabaret non ci si perde in fronzoli e dettagli, si va direttamente al punto, si guarda tutto dritto negli occhi, vis-à-vis.

E’ quindi così che ci accoglie il Kit Kat Klub, nella sua essenzialità, e con le sue bravissime ballerine sensuali, esplicite ed ironiche; Marta Belloni, Valentina Gullace, Ilaria Suss, Nadia Scherani cantano, ballano, ci seducono e divertono usando anche il sipario in un gioco esilarante in cui si nascondono e svelano solo alcune parti del loro corpo. A loro si uniscono i danzatori Andrea Verzicco e Gianluca Pilla in coreografie simpatiche e sfrontate, danzate a volte anche in compagnia del Maestro di Cerimonie Giampiero Ingrassia.

E poi c’è lei, Sally Bowles (Giulia Ottonello): dolce, spontanea, cristallina, esuberante e travolgente, pare danzare con grazia fra i vari personaggi. Figura fragile e forte allo stesso tempo, spensierata e disperata, è forse il vero ritratto dei giovani tedeschi di quel drammatico periodo immediCabaret_foto3_phGiuliaMarangoniatamente antecedente alla seconda guerra mondiale, in cui la tensione era nell’aria, il pericolo tangibile, la negazione della realtà forse un’esigenza vitale. Ciò che accadde, poi, superò infatti qualsiasi immaginazione.

Completamente diversa dalla Sally Bowles del noto film, Giulia Ottonello ci conquista con la sua intensa interpretazione e la sua splendida voce, soprattutto nel numero “La vita è un cabaret”, con un finale da amaro in bocca.

Molto bravi anche gli altri personaggi: Mauro Simone nella parte di Cliff Bradshaw, dolce e innamorato di Sally, rappresenta una visione più seria e concreta della vita; lo stesso vale per Alessandro Di Giulio, nella parte dello spietato nazista, per Michele Renzullo, il timido e garbato Herr Schultz, e per Altea Russo, che ho apprezzato particolarmente in questa Fraulein Schneider dolorosamente forte e fiera, che tocca il cuore.

Storie umane, musica, parole, coreografie, canzoni (tra cui ricordiamo “Money” e “Mein Herr”), costumi, sentimenti, rabbia, gioia, amore, disperazione, risa, tutto si fonde in un uno spettacolo che scorre davanti ai nostri occhi con un ritmo intenso e ben calibrato, a volte rapido a volte più rallentato, e ci sorprende, coinvolge ogni momento, conquista.

Ci saluta, infine, con un messaggio forte, un’immagine lontana nel tempo ma, in fondo, neanche poi così tanto; la sua ombra può oscurare il nostro sole in qualsiasi momento perché sembra che dai nostri errori molto difficilmente noi impariamo qualcosa. C’è qualche speranza? Sì, c’è sempre, perché ci sono forze e competenze e umanità che possono essere messe in campo.

Lasciamo il teatro con questi pensieri, ci concediamo il tempo delle riflessioni e apprezziamo il coraggio della Compagnia della Rancia e di tutto questo team di grandi professionisti ed artisti per aver scommesso su uno spettacolo così intenso ed inconsueto.

Vivamente consigliato.

Olga Bordoni

Cabaret_foto6_phGiuliaMarangoni

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