“The Aliens”: un blues alla Bukowsky , una canzone all’amicizia

the aliens

I am not even near
to being
one of
them
but they are
there
and I am
here.

Sono questi i versi finali della poesia “The aliens” di Charles Bukowsky, sono questi i versi con cui si apre lo spettacolo “The aliens”, testo di Annie Baker e regia di Silvio Peroni, in scena al Teatro Filodrammatici.

Il titolo e il rimando alla poesia mostrano fin dal principio l’essenza dei personaggi “alieni”, già presenti in scena quando si accendono le luci e allo stesso tempo assenti, assorti nei loro pensieri, immobili come fossero stati catturati in un fotogramma: Jasper (Jacopo Venturiero), scrittore sui trent’anni, è stato lasciato di recente dalla ragazza; KJ (Giovanni Arezzo), l’amico di una vita, ha abbandonato l’università dopo due anni e trascorre le sue giornate non facendo sostanzialmente nulla. Poco dopo, appare Evans (Francesco Russo), più piccolo degli altri due, timido e impacciato, che è stato appena assunto come cameriere nella caffetteria di cui Jasper e KJ occupano abusivamente il cortile sul retro. Ed è proprio qui che si incontrano e si conoscono i personaggi, nell’unico spazio della messinscena: qualche sedia sfondata, una porta rovesciata a mo’ di tavolo, i bidoni della spazzatura, il muro di mattoni. Un ambiente desolante per esistenze abbandonate. Nonostante lo squallore del posto, Jasper e KJ tornano ogni giorno ignorando le richieste di Evans di spostarsi altrove e riescono anzi a tirare il ragazzino dalla propria parte, all’inizio reticente e poi sempre di più legato a quei due strani giovani che in modo un po’ ruvido ma sincero diventano suoi amici. Il cortile, nella sua palese miseria, diventa il punto di ritrovo, il luogo familiare, il cuore dell’amicizia dove chi si sente spazzatura per la società si scopre un genio, un artista, una persona degna di affetto. Tutto questo senza dimostrazioni stucchevoli o eufemismi: ciascuno dei tre personaggi rivela un’esistenza dura, problematica, sofferente… e anche la storia procede impietosa, senza concedere illusioni o soluzioni edulcorate… Tuttavia, non è la disperazione a prendere il sopravvento: la musica, la chitarra, le poesie di Bukowsky, il libro di Jasper, i biscotti e le stelline del 4 luglio, i piccoli riti di una breve ma intensa amicizia lasciano una traccia che va al di là delle sconfitte e dà il coraggio per intraprendere nuovi percorsi.

Il testo di Annie Baker, premio Pulitzer 2014, ci fa sorridere ed emozionare, offrendo anche di che riflettere. Tra silenzi densi, canzoni e conversazioni apparentemente banali, improvvisamente emergono verità lancinanti e sconvolgenti. Annie Baker ricorre ad uno stile asciutto, quasi sincopato, vicino al quotidiano per descrivere anche nella forma una realtà disadorna e cruda – Bukowsky non ispira soltanto i personaggi in scena… Gli attori guidati dal regista Silvio Peroni colgono perfettamente questa istanza, svolgendo una notevole prova interpretativa: con cura e sensibilità, danno vita a personaggi ironici, teneri, fragili, belli nella loro sciatteria, immersi nell’attesa di un Godot che sanno non arriverà mai. È interessante osservare come gli attori rivivono in scena le trasformazioni dei propri personaggi, in particolare Francesco Russo cui spetta quello che evolve di più nel corso della storia. Quanto alla regia, Silvio Peroni firma uno spettacolo intenso, confermando un connubio speciale con l’autrice Baker di cui avevamo già avuto una prova con lo spettacolo “The flick” al Teatro Verdi. Anche questa volta al debutto, il regista riesce a dare consistenza al testo della Baker e con sapienza crea un’ambientazione efficace, in cui gli attori agiscono coerentemente e in sintonia tra loro.

Ne emerge un gruppo affiatato, proprio come nella storia, in cui i personaggi, ciascuno con le proprie peculiarità, i propri sogni e talenti, creano una band. Faticano a darsi un nome, persi nei loro problemi e smarriti in una società dove non riescono a raccapezzarsi: “The aliens” è l’ultimo nome, nomen omen, quello con cui ci salutano e ci consegnano l’eredità e lo sguardo di chi sta “here”, “qui”, e vive la vita fino in fondo, nel bene e nel male.

Marzorati

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