Suzanna Andler o sull’irrequietezza della solitudine

suzanna andler
foto Angelo Redaelli

Chiari dettami e rigor di referenza imponevano, un tempo, una unità di luogo. Aderenza alla tecnica implicava referenzialità. Poi tutto ebbe fine, la referenza si mascherò da camaleonte.

Fortuna o disgrazia, il fantasma dell’unità torna quando in un luogo unico ci si sente costretti, quando si ha desiderio di abitare altri luoghi, quando subentra la consapevolezza a farci accorgere della stasi in un medesimo luogo, in una stessa stanza. Per di più quando,ad abitare quel luogo, vi sono le angustie e paturnie di una donna esasperata.

Suzanna Andler, per la regia di Antonio Sixty in scena al teatro Litta fino al 15 luglio, vagheggia esasperata nella veranda di una casa estiva e adultera nel tentativo di ricucire una serenità forse mai tratteggiata.

Gli stasimi fra situazioni diverse ricorrono a espedienti esplicativi eccessivamente didascalici che producono una grave frizione fra quanto osservato e quanto ascoltato o letto. Lo spaesamento prodotto, così, si mischia alla agitazione di uno stato d’animo femminile e inquieto di solitudine.

Tratta dalla pièce di Marguerite Duras, l’opera rincorre le incongruenze di una menzogna latente e accettata che svincola atteggiamenti pressanti. La scena ripropone chiaroscuri fatti di spot light più o meno luminosi per lasciare il posto ad un andamento melodico ondeggiante.

Alessandra Cutillo

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