Speaking in Tongues – lunga vita alle parole!

Alcuni spettacoli sono famosi per la regia. Altri per le straordinarie capacità degli attori. Poi esistono spettacoli che arrivano ad esplodere quando, oltre ad un’ottima regia e dei bravissimi attori, hanno una drammaturgia perfetta, impeccabile, priva anche della minima sbavatura. Speaking in Tongues è uno di questi.

Speaking in Tongues – C’è una cosa che voglio dire, al Teatro Libero dal 7 al 13 ottobre, si fa notare e lascia incantati per un testo ben scritto, ben ponderato e che scorre fluido, profondo, intriso di sensibilità per tutta la durata dello spettacolo, senza intoppi. L’autore è l’australiano Andrew Bovell che con questa opera si è aggiudicato l’AWGIE Award nel 1996 e va in scena al Libero con la nuova traduzione dello scrittore e autore Fernando Coratelli.

Lo spettatore entra nella vita di due coppie ben diverse tra loro ma con una caratteristica in comune e che risulta assoluta per ogni tipo di relazione: l’incomunicabilità. Una storia con dei temi attuali come l’impossibilità di capirsi, l’infedeltà, l’insicurezza, il senso di solitudine e di prigionia che deriva dai rapporti moderni che di fronte all’evoluzione delle nuove tecnologie lasciano i singoli sempre più distanti da se stessi e dalla persona amata. I personaggi si scambiano, si incontrano e si scontrano restando uguali a se stessi, incapaci di cambiare e di adattarsi.

Il palco è diviso in quattro spazi ben divisi e che relegano i personaggi in ambienti claustrofobici e che vengono alternati in un ritmo serrato e frenetico, disperato tentativo di seguire la volontà di distanza dei protagonisti. L’ equilibrio del testo è rispettato sia dal regista sia dagli attori e rende le parole ascoltate quelle che ognuno di noi ha pronunciato o ha taciuto nella propria vita. Un incrocio di vite che annoda lo spettatore intorno ad ogni battuta e che lo incastra in un vortice di parole vere, già sentite nel ricordo e nel quotidiano.

speaking tongue 2Cosa sono le relazioni di oggi se non dei thriller dove il mistero e il colpo di scena regnano sovrani? Il regista, Michael Rodgers, ci trasporta con incanto in un gioco continuo di chiaroscuri dove la luce si alterna al buio, chiara simbologia del sentire dei personaggi nonché dello spettatore. Bravissimi gli attori in particolare per il ritmo che non cede mai alla noia e per ogni singola battuta mai lasciata al caso. Intensi i momenti di confronto femminile aiutati da un’intesa particolare che si crea tra le due attrici Laura Anzani e Margherita Remotti: si esplorano e si aspettano, si guardano e si provocano creando due personaggi di rara bellezza.

Uno spettacolo attuale e soprattutto concreto: c’è tempo fino al 13 ottobre per vederlo!

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