Shylock e le otto battute di Tubal

Tubal

Quando ascoltiamo un racconto normalmente gli avvenimenti che ci vengono narrati sono circostanziati nel tempo e nello spazio. In ogni caso il tutto è mediato dal narratore, sia esso l’amico che ci racconta qualcosa durante una cena o il personaggio principale di un’opera teatrale, di un film e persino il soggetto di una canzone.

La matrice è usuale: in primo piano i soggetti principali. Sullo sfondo i comprimari che potrebbero, però, avere storie bellissime da riportare anche se non in quel luogo e in quel tempo.

Lo spettacolo “Shylock” (di Gareth Armstrong, traduzione e adattamento Francesca Montanino) andato in scena al TEATRO LIBERO dal 17 al 19 febbraio,  ci offre la straordinaria possibilità di poter conoscere le circostanze e gli accadimenti del “Mercante di Venezia” dall’insolito punto di vista di un “personaggio minore”.  Non una costola dell’opera shakespeariana (non c’è consequenzialità temporale né vicende alternative) bensì uno studio attoriale a 360 gradi del personaggio e la ricerca della sua centralità nell’opera.

La scenografia è una grande porta fatta di contenitori sui quali ci sono etichette come: “bugie”, “colpevoli”, “misericordia”, “buone notizie”, “cattive notizie”, “libbre di carne” …una zakhor  in scatola.

La voce fuoricampo di Orson Welles (“Hath not a Jew eyes?”) dovrebbe accompagnare l’ingresso di Shylock in scena, ma appare, invece, un recalcitrante Tubal (Mauro Parrinello) che indugia nell’entrata: vorrebbe aspettare il suo amico.  Sul palco esita balbetta non riesce quasi a parlare. Ma deve, e con urgenza, farlo: Shylock è in ritardo. Dapprima incespicando poi con atteggiamento sempre più sicuro Tubal inizia ad intrattenere il pubblico.

L’ occasione è unica.  Finalmente “il ricco ebreo della stessa della stessa tribù” dell’usuraio veneziano può prendersi qualcosa in più delle desolanti otto battute (“tutte in prosa”) del copione del “Mercante di Venezia”. Ora può narrare tutta l’opera dal punto di vista di un personaggio minore che tanto minore non è.

Ci tiene, infatti, a sottolineare che lui è l’unica sostanziale differenza tra il “Mercante” e l’opera cui pare Shakespeare si sia ispirato per scriverlo: “Il Pecorone”  di Giovanni Fiorentino.

Lui, Tubal, è totalmente frutto dell’estro del “Bardo dell’Avon”.

Il monologo di teatro interattivo da lui condotto si basa sulla trama del mercante ma, anche e soprattutto, su una serie di  narrazioni che traggono spunto dalla trama stessa nonché da oggetti o presenze, contenuti nelle scatole che compongono la porta.

Da una scatola è preso talled di Barabba nel “Ebreo di Malta” (Marlow) per darci l’idea di come gli ebrei fossero visti nel teatro inglese di inizio ‘600. Da un’altra arrivano le fotografie e i ritratti dei più famosi interpreti di Shylock da quanto l’opera venne ripresa a inizio ‘700 .

Da un’altra ancora prende corpo l’antisemitismo con i simboli che già ai tempi del GHETTO VENEZIANO i giudei dovevano portare addosso.  Ci sono poi le tragiche e grottesche soluzioni drammaturgiche adottate dai nazisti per rendere il “Mercante di Venezia” conforme alle leggi razziali.

Quasi sottotraccia la vicenda principale prosegue in un susseguirsi di realtà e fantasia. Ci vengono presentati i personaggi, le situazioni e per ognuno di questi stimoli c’è un ulteriore arricchimento, un aneddoto una vera e propria storia.

Col processo ad  Antonio si rientra in pieno nell’opera di Shakespeare. La scenografia cambia. La porta si sdoppia in un incombente Moloch a forma di croce e nel banco degli imputati. Shylock si avvia verso il suo destino, incapace di misericordia, deliberatamente votato alla ritorsione e all’odio.

Ed è ora, di fronte all’ineluttabile miserevole fine del suo unico amico, che Tubal realizza il peso delle sue otto battute. E’ il suo resoconto sulle sventure di Antonio e sugli sperperi di Jessica che spinge Shylock a mettere in pratica la cattiveria imparata, a seguire al meglio le istruzioni dei cristiani cercando vendetta.

Tutto dipende da quelle otto battute in prosa.

Tiqqun ‘Olam: in ebraico indica il tentativo da parte dell’uomo di fare qualcosa per migliorare il mondo; non tanto perché sia riportato dalle sacre scritture ma perché, semplicemente, è giusto farlo.  Ed è quello che Tubal farà rinunciando alle sue poche battute pur di salvare l’amico.

Un ottimo Parrinello in uno spettacolo dove ci si diverte e si impara. Meta-teatro propedeutico al “Mercante di Venezia”ma anche una originale apertura da cui spiare lo studio del personaggio fatto dall’attore.

Roberto De Marchi

 

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