Sguardo su “Geografie dell’istante / Primitiva”

GEOGRAFIE DELL'ISTANTE

Nell’intenso panorama artistico-culturale di Milano è una costante il continuo alternarsi di autori/performers che nelle loro originali produzioni stimolano l’apertura a nuovi spunti di visioni e riflessioni.

L’ultimo appuntamento della rassegna “Focus Danza” – che da gennaio si è svolta al Teatro Libero – si è chiuso il 21 e 22 maggio con due coreografie di Manfredi Perego: “Geografie dell’istante” con Chiara Montalbano – Silvia Oteri e “Primitiva” – lui stesso in scena.

In “Geografie dell’istante” le due danzatrici iniziano a muoversi in un percorso circolare che viene via via abitato con andamenti e contrattempi sincopati in combinazioni di sequenze alternate e anacronistiche. Interessanti i loro procedere con movimenti astratti – a volte di sorpresa – intercalati con scatto e impulsi stranianti. Belle le sospensioni del busto slanciate all’indietro con teste reclinate nell’attesa – equilibri e corpi in bilico – creando, in un habitat in continua trasformazione, un gioco forza delle due su diversi e più livelli di tensione.

A dare rilievo a queste modulazioni spazio-temporali le musiche di Paolo Codognola e le luci di Giovanni Garbo che – nella chiusura – incombono come un raggio di sole suscitando anche in noi il desiderio di accostarci alle danzatrici per dare ulteriore coesione ed eco al loro punteggiare – con le dita dei piedi – immaginarie superfici di acque… . … . …

Piacevole e molto rilassante il clima d’illusione dilatarsi su note che – come scaturite dalle movenze di piedi danzanti nell’acqua – suscitano illusi suoni di flussi… … . ….riflussi… . … . … ….sciabordiii..ii..iiì.ii..i – uno stato di calma tale che – pare acquietare tutto riportando alla memoria ricordi sommersi – che come carezzevoli suoni – c’incontrano… nell’abbandono dei sensi all’oblio … …

…un istante ? … …forse … …ma è un lungo istante …. ….intanto le due danzatrici riprendono le posizioni che avevano all’inizio… . …

“Primitiva” si genera invece in uno spazio quadrato, qui ci troviamo con mani e piedi del danzatore strettamente ancorati al suolo, la sensazione che deriva è quella di un desiderio di libertà fortemente cercato ma negato, diversi e frequenti i tentativi per riuscire – molto faticosamente – a sciogliere l’aderenza a quel vincolo. Di fatto il danzatore riesce a sradicarsi dal suolo e a spostarsi nello spazio più liberamente pur tuttavia restando carponi in ambiente piuttosto buio.

I suoi sono micromovimenti che scorrono in tutto il tessuto corporeo esplorandone le infinite possibilità espressive con qualità d’impulsi differentissimi che agiscono come trasmettitori di movenze connessi alle più minute muscolature e articolazioni del corpo. Scaturiscono movenze così parcellizzate e complesse che reinviano a motivazioni di origini primordiali tali da attraversare il danzatore e trasformarlo in essere umano non umano dalle sembianze incredibilmente difficili a definirsi.

Colpisce – più che le forme assunte – la grande capacità di gestire sembianze in continua metamorfosi, con umori molto intimi e carichi di energie di senso originalissime.

E’ come se il danzatore riuscisse ad attingere, dal proprio personale archivio di memoria archeologica – antropologica, codici d’informazioni che, applicati alle competenze di gestualità tecniche conosciute, trasforma coi gesti in numerose miniature viventi motivate da attitudini diverse, ognuna con una propria animistica impronta – un corpo unico capace però di sfaccettarsi in più moltitudini.

Il linguaggio coreografico di Manfredi Perego ha uno svolgimento di legatura tra un gesto e l’altro permeabilissimo e molto visibile in tutte le sequenze svolte e nei tempi di passaggio – le varianti tra un’atmosfera e l’altra sono la cartina al tornasole dell’una e dell’altra qualità assorbite e rielaborate come fossero vasi comunicanti.

Il suo linguaggio nutre e ossigena come un sistema in osmosi continua perché semplicemente attinge  dalla natura che spontaneamente lo genera.

Apparentemente differentissime, di fatto le due coreografie sono accomunate da un’unica matrice, quella di uno slancio vitale in ciò che rappresenta l’evoluzione creatrice tra ciò che di più profondo è radicato nella natura stessa – la materia più buia – e l’infinita potenzialità che deriva dall’intuizione istintiva attraverso l’ascolto inconscio sia proiettivo che simbolico – i tempi e gli spazi di transizione che necessitano tra la sedimentazione degli elementi esperienziali, la sensibilità e l’estensione nell’interazione con l’altro – artefice – la luce.

Vitia D’Eva

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