Una serata alla bottega del caffè

bottega del caffè

Si dice di un classico che sia una lettura che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Cosi, La bottega del caffè, scritta da Goldoni nel 1750 e messa in scena da La Confraternita del Chianti al Teatro della Cooperativa, ancora oggi si mantiene attuale nel raccontare i vizi degli uomini. Soffia in sala un venticello settecentesco, anche se Chiara Boscaro e Marco di Stefano fanno scivolare il testo fino ai giorni nostri. In scena, sopra un grande tendone rosso tirato come un sipario, compare la scritta colorata Slot, il nuovo banco di gioco della contemporaneità.

In realtà, in questa attualizzazione de La bottega del caffè, parlare di scena è inadeguato. Lo spettacolo, infatti, fuoriesce dai confini della scena tradizionale, gli attori recitano direttamente in sala mentre il pubblico prende posto sul palcoscenico, trasformando la bottega del caffè da una normale locanda a uno spazio comune, dove gli spettatori partecipano in prima persona ai pettegolezzi e alle storie dei personaggi.

Mischiare attori e spettatori e portarli sullo stesso piano sembra essere un’importante scelta registica, testimoniata anche dagli ironici riferimenti degli attori sullo spettacolo, che contribuiscono a creare un’intesa con il pubblico. A distinguere spettatori e attori sono le maschere bianche dipinte sul volto di questi ultimi, le quali si sommano ai bei costumi, calzanti per i ruoli di ogni personaggio. L’intera scelta scenografica viene restituita in modo pensato, grazie anche al gioco delle luci, che dirigono lo spettatore nello svolgimento della trama e nel passaggio continuo dal palcoscenico alle tribune e viceversa.

La traduzione scenica del testo goldoniano, anche se avrebbe forse potuto essere più efficace, ci offre una serata piacevole e coinvolgente: seguire lo spettacolo diventa, più che un momento di godimento o contemplazione solitaria, una vera e propria (inter)azione. La classicità di un testo come La bottega del caffè, invece, ci mette di fronte a un tema senza tempo: dalla modernità illuminata, il vizio cambia sì il suo contesto, ma attraversa l’animo umano nella stessa forma e con il medesimo grado di banalità e ridicolaggine, comunque sempre amara, perché vera.

Anche se non si tratta più di un tavolo da gioco, ma delle “macchinette” – disperazione di migliaia di giocatori italiani – gli atteggiamenti dell’uomo cambiano di poco, schiavo come allora della perdizione senza senso, dell’importanza della moltiplicazione dei soldi e dei beni materiali, dei pettegolezzi e delle maldicenze, dei libertinaggi facili. E, d’altronde, è di questo che ci avverte in chiusura la battuta di Ridolfo, pure dopo aver rimesso ogni cosa al suo posto.

Chiara Musati

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