Recensione: “XY”

XY

“XY è la coppia eteromorfica di cromosomi sessuali che definisce il sesso maschile nella maggior parte dei mammiferi, incluso l’essere umano”. Non esiste, tuttavia, codice genetico che determini l’essere padre, la capacità di adempiere a tale “compito”, se si suppone che siano necessarie precise abilità per svolgere la funzione genitoriale. Ma così non è. Non vi è maschera o tipo definito che definisca il pater familia. Egli è, come ogni essere umano, un groviglio di fragilità e ambizioni, paure e mancanze. I padri che Emiliano Brioschi, magistralmente, porta in scena eludono qualsiasi visione pleonastica o topos culturale. Dal 18 al 20 maggio i meravigliosi testi di tre autori contemporanei assumono corpo e voce in Sala Bausch, al Teatro Elfo Puccini.

Buddy love (personaggio del testo omonimo di Renata Ciaravino) è una rockstar. Non importa quanti palchi abbia calcato, quanti dischi abbia realizzato o venduto, quanta gente lo idolatri. Probabilmente nessuno. Ma la sua ambizione aderisce così tanto alla sua persona, da rendere impossibile distinguere la realtà dal sogno. E nel momento in cui diventa padre, quando gli piombano addosso responsabilità che non aveva previsto o desiderato, diviene estremamente difficile soffocare i fondamentali obiettivi musicali. Ama suo figlio. E’, però, un amore scisso e divisorio. Lo ama e ama la musica. E, nell’amore, scinde se stesso. Padre e rockstar (o aspirante tale).O meglio, rockstar e padre. Rockstar o padre. E un giorno, in un autogrill, di quelli a ponte che lo infastidiscono, l’implosione delle due parti in lotta, entro se stesso, provoca la decisione finale, irreversibile, dolorosa, ineluttabile.

Desiderio e mancanza sono le porte del testo, acuto e straziante, di Giuseppe Massa. Porte che aprono su una coppia in attesa, Anna e Michele. I due attendono un nome che sia poi corpo e anima, Valentina. Il verbo attendere implica un intervallo di tempo tra l’evento previsto e il momento in cui questo si verifica. Ed in questo intervallo, nello spazio tra la ridondanza dei gesti ossessivi di Anna e il silenzio digrignato di Michele, l’amore sbiadisce, il desiderio logora e la mancanza ferisce. E nell’amore che manca a se stesso, ormai, trova spazio l’aspettativa, la pretesa di Anna verso Michele. Padre mancato. Padre mancante. Nel buio di una stanza e nella logorrea assordante di Anna, l’uomo esplode. Prima divora un’arancia, ricca della vitamina C che gioverebbe al suo sperma “inetto”, poi si lascia trasportare dalla musica. In questo momento, quando nessuno può ascoltarlo oltre le note di Bulletproof Cupid dei Placebo, Michele parla, finalmente. Urla. Dà voce al suo dolore e regala gli ultimi rimasugli del suo romanticismo ad un manichino di donna. E sferra la violenza di una dolcezza ferita, di un amore dimenticato come pugnali verso l’attesa. Attesa di cosa? Attesa di chi? Di Valentina, in principio. Della fine, ora. Probabilmente. Parole che sono come frustate sul cuore degli spettatori che assistono al disperato sfogo di Michele contro Anna, contro le sue pressanti aspettative. E in esse, risuona il silenzio di lei, ora.

«Tre. Ventuno. Trentatrè. Che cosa resta di queste settimane una volta estratte da un corpo di donna? Dove sono i resti di questo olocausto? E cosa resta invece di un padre?». Su un pulpito improvvisato e traballante, si alternano le voci di un medico, colpevole di aver praticato l’aborto a molte donne senza alcuna ragione clinica, e un avvocato, in vista dell’imminente condanna dell’imputato. E il giudice di questo processo è il pubblico, scisso nel sentimento e nel giudizio verso un padre che non lo è più e che ha privato altri uomini della possibilità di esserlo. Liberandoli dalla sofferenza, a suo dire. “La pratica del dolore” di Cristian Ceresoli racconta ma non sancisce. E, in questo, risultano ancor più lancinanti le parole del medico. Depredato dell’amore della figlia, inaridito dal dolore, non sente più nulla. Né la razionalità, né il senso di colpa. Non si difende. E d’altronde, l’avvocato non attacca. I due si limitano ad esporre i fatti, a raccontare l’accaduto nei dettagli degli ultimi momenti condivisi tra un padre e una figlia e la minuzia con cui il medico-automa, svuotato di ogni umano sentire, seppelliva le vite che spezzava. L’egoismo di un cuore trafitto, di un padre smembrato, scivola velocemente, senza che l’uomo se ne accorga, in patologica violenza. Inaudita crudeltà. Ma fino a che punto riusciamo a condannare questo padre? Un padre che ha perso sua figlia e sé stesso. Un uomo privato del privilegio che il suo sesso gli ha donato.
E allora, nessuna risposta. Quando l’avvocato ci interroga: «C’è una parola per dire di una donna che non ha più un marito. C’è n’è un’altra per dire di un figlio che non ha più un genitore. Ma cos’è un padre che non è più un padre?». No. Nessuna risposta.

Accade che, all’apertura della sala, le parole si disperdano. Dai testi che le hanno ospitate, che ci hanno pervasi, semplicemente sembrano cadere e dileguarsi. Lasciamole andare, queste parole. E accarezziamo il vuoto che lasciano, quel piccolo e meraviglioso dolore che lo spettacolo ci consegna. E custodiamolo.
Emiliano Brioschi assume su di sé, meravigliosamente, molteplici identità, che hanno un peso non indifferente, che avvertiamo ed è straordinario come l’attore riesca a calibrarlo sulle nostre braccia, permettendoci di assumercene un po’. Quanto basta. Quanto riusciamo a sostenere.
Attraverso una delicatezza e fluidità del gesto, che si fa anche violento e irriverente quando deve, l’espressività del corpo e del volto di Brioschi vivifica i personaggi e le parole con rispetto e bellezza.
Accade che il teatro, ancora una volta, sia luogo privilegiato dell’uomo e del sentire, senza reticenza, senza forzature.

Giuseppe Pipino

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