Recensione: “Wunderkammer”

Wunderkammer

Uno scrigno, due mani che danzano nel buio e sfiorano il corpo umano: da qui ha inizio la magia di “Wunderkammer” o “La camera delle meraviglie”. In scena al teatro Verdi il 30 novembre e il primo dicembre uno spettacolo sorprendente, che mescola arti performative e visuali, regalando allo spettatore un’esperienza estetica non ordinaria, nata dall’idea originale della compagnia tedesca Figuren Theater Tübingen, guidata dal marionettista e performer Frank Soehnle.

Il titolo dello spettacolo enuncia l’idea alla base e il concetto da cui trae ispirazione: l’esposizione di mirabilia, un fenomeno ampiamente diffuso nei secoli tra il Cinquecento e il Settecento, consistente nella raccolta di elementi straordinari, sia naturali che artificiali. La rappresentazione mira, dunque, a fondere storia, arte, natura e tecnologia senza la costruzione di un testo e di una linea narrativa unitaria, semplicemente attraverso l’esibizione di marionette dal design contemporaneo, che si muovono con leggiadria e grazia, costituendo esse stesse i mirabilia volti ad attrarre l’attenzione dello spettatore. Gli oggetti inanimati, infatti, occupano interamente la scena e non solo prendono vita – in modo assolutamente straordinario – grazie ai tre abili marionettisti ma, in un certo senso, diventano la parte attiva della performance, l’elemento sensibile e antropomorfizzato, mentre l’uomo, strumento neutro che rende possibile l’esibizione, si riserva soltanto un ruolo secondario.

La performance, a metà tra la dinamicità dell’arte circense e la staticità del museo, si sviluppa per singole scene in cui i diversi personaggi si mostrano, ognuno con le proprie peculiarità e una particolare sensibilità, trasportando lo spettatore nel loro mondo incantato, evocato da un suggestivo accompagnamento musicale, un dialogo jazz tra piano, violoncello, arpa e strumentazioni elettroniche, in cui si sovrappone la musica originale di Michael Wollnye Tamar Halperin e le composizioni di Bradley Kemp. Lo spettatore osserva muoversi sul palco, come animate da un lieve afflato vitale, figure dalle forme bizzarre e surreali, alcune simili ad extraterrestri, altre antropomorfe, altre ancora più vicine al mondo animale. Ogni personaggio porta sul palco la breve storia che lo identifica, esplorando generi e registri differenti, dal comico al tragico, dall’horror al romantico, spesso interagendo con il marionettista o ammiccando allo spettatore, creando, così, un rapporto diretto con la presenza umana in sala. E così, con estrema disinvoltura, sfilano sul placo ragni acquatici e uomini larva da pianeti lontani, esseri fiabeschi in cerca di affetto, simpatici uomini liuto dalle reminiscenze dantesche, esseri demoniaci e malvagi: ha inizio, così, un viaggio visuale e sensoriale che riporta lo spettatore in un’atmosfera barocca, grottesca e perturbante, grazie ad una ricerca artistica fondata sull’attenzione quasi ossessiva per il dettaglio e il particolare, che risveglia l’innato istinto voyeuristico dell’uomo.

Il pubblico si diverte e sono sufficienti la gestualità, la musica, la situazione: lo spettatore si trova catapultato in una dimensione altra, eco di epoche lontane, in cui è possibile una diversa percezione del mondo e le parole non sono indispensabili per comunicare e, soprattutto, per meravigliare. Ma questo non è soltanto uno spettacolo divertente, anzi, produce quasi un leggero turbamento, difficile da spiegare e da comprendere. La meraviglia si accompagna ad uno stato di inquietudine e malinconia profonda: le piccole marionette, bellissime e fragili, buffe e aggraziate, sono innanzitutto sole, cercano disperatamente di raggiungere uno scopo – che sia l’affetto o l’espressione della propria natura – ed infondono in esso tutta la propria energia; e così l’essere umano, debole, inerme, in balìa del caso e delle proprie pulsioni, non può che immedesimarsi nei personaggi e cercare di ridere, quando è possibile.

Angelica Orsi

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