Recensione: “Winston vs Churchill”

winston vs churchill
foto Noemi Ardesi

In principio si avverte l’odore del sigaro, ecco come nasce uno spettacolo, una suggestione proustiana che sale nelle narici, ed è radicalmente più acre di una madeleine proustiana, come se sulle tavole del palcoscenico facesse prima l’ingresso il personaggio in forma eterea, il suo inesauribile flatus vocis, ormai simbioticamente legato all’elemento tabagistico. Subito questo Churchill, che nel crepuscolo re-leariano non rinuncia alla tagliente arma aforistica, alla ratio macchiavellica, al palato fine di un Talleyrand, di un gourmet della politica, nega il danno che fa il tabacco, ed all’oblio della vodka cechoviana preferisce di gran lunga la vampa, l’abbraccio soffocante e generoso del gin. Battiston riesce, prima di tutto, a far recitare la sua fisicità, e dona alla sua epa falstaffiana una coté aristocratica, un’armatura esistenziale, una creta di carne necessaria per dare gravità e sostanza ad un io soggetto alla vaporizzazione della depressione churchilliana.

Accanto a questo vieux roi, che ha più ricordi che avesse mille anni, c’è un efficiente servo di scena, un’infermiera che non si limita a fare testimonianza di fronte a questo canto del cigno, ma apre una dialettica, è la coramella stessa su cui il rasoio retorico di Churchill può farsi il filo, e se non sarà veloce come quello di Woyzeck, sarà comunque letale. Se lo statista inglese ha avuto l’innegabile capacità di mandare in battaglia la stessa lingua inglese, parallelamente l’attore riesce a far guerreggiare i suoi fonemi, sia che vadano a segno, immancabilmente, come un cecchino armato con una cartucciera di massime politiche, traguardando con naturalità sul proscenio, in un dialogo da stand up comedian con la platea, sia che, in forma di bombe a mano, esplodano nei frammenti composti da bergmaniani sussurri e grida, cercando di allungare il mortale filo delle Parche con una fibra tessile verbale, per ingannare la morte stordendola con una chiacchiera scaltra.

Alle latitudini del protagonista, l’unica danza possibile, per il suo corpo appesantito e malato, non può che essere una strindberghiana danza di morte, che non rinuncia a farsi sulfureo sorriso wildiano, dichiarando al pubblico the importante of being Winston Churchill. Nel numero delle molteplici medicine e delle droghe assunte dal vegliardo politico, l’unico farmaco che sembra funzionare davvero è la logoterapia, un liquore verbale da centellinare sillaba dopo sillaba, un elisir con la forza di un’evidenza cartesiana, della resistenza naturale di un sigaro, che brucia sì la sua esistenza, ma lentamente, ed il suo fumo è così denso da sembrare ancora cosa salda. E se nella Sant’Elena della vecchiaia il ricordo delle sue Waterloo esistenziali, ovvero dei Dardanelli, di Gallipoli, si fa vivido, si potrà sempre stordirlo con un po’ di gin, e si potrà sempre coprire l’odore del sangue di Macbeth con quello forte delle foglie arrotolate di tabacco.

Quello che regala un valore aggiunto di necessaria teatralità politica all’interprete è certamente il richiamo immediato all’iconografia di Orson Welles, del personaggio talmente bigger than life, che il vestito della vita non può che stargli stretto, al di là del bene e del male, ma al di qua del fuoco amico del giudizio dei contemporanei e dei posteri. Tuttavia si sa che in tempo di pace il guerriero lotta con se stesso, ed i segni di questa estenuante battaglia metafisica appaiono nelle battute che, ferite, camminano con le stampelle, quando le gambe del fiato stentano a sorreggerle. E’ precisa e sorvegliata la regia di Paola Rota, attenta a mantenere in equilibrio il sistema gravitazionale delle dinamiche di Winston e della sua infermiera, e non perde un appuntamento con ogni possibile affondo verbale, diretto dal protagonista all’esterno o verso se stesso. Coagula sapientemente lo spazio scenico in un’isola in cui il protagonista può lanciare la sua ultima battaglia dal ridotto di resistenza della sua poltrona, e sostituisce il fragoroso metallo della guerra con quello dei brani della musica metal, metafora coraggiosa della nevrosi suprema, della psicosi post bellica, del tremore irrefrenabile del soldato traumatizzato e lacerato nella mente, che diventa quello sul plettro sulla corda della chitarra elettrica. Battiston concentra nella sua interpretazione un distillato di felinità, e sornioneggia meglio del gatto di Churchill, riesce ad esprimere l’ossimorica pigrizia dinamica, l’otium attivo del patrizio romano, lascia che il fiato si impenni lungo la laringe, riproducendo quello stridio metallico generato da un sofisticato meccanismo mentale, che non accetta di essere oliato dal lubrificante della carità e della misericordia. Questo Churchill si diverte a recitare battute di film, e creare un meraviglioso gioco di specchi di finzione nella finzione, dove l’autenticità di una lacrima si perde volutamente nel dedalo di una coscienza intricata quanto un roveto.

L’attrice Lucienne Perreca è un vento fonetico avvolgente, uno sparring partner che incassa bene i pugni verbali di Churcill, e non rinuncia a qualche rapido uno due pugilistico. E’ un ottimo stimolante somatico, un serotonergico in grado di tenere viva la vis polemica del protagonista. In definitiva merita tutti gli applausi questo vecchio Churchill che, avendo un futuro con una scarsa capacità di fiato, ed un enciclopedico passato, fatalmente non può che diventare un Omero, un po’ nevroticamente beckettiano, avvolto nel fumo acre del suo sigaro.

Danilo Caravà

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