Recensione: “Vorrei essere figlio di un uomo felice”

vorrei essere figlio di un uomo felice

Dal 26 al 1° dicembre è andato in scena al Teatro Franco Parenti “Vorrei essere figlio di un uomo felice”, di Gioele Dix. L’attore milanese, con la sua cifra naturale, giocosa e intensa, ha animato la sala, dialogando sinergicamente con un pubblico coinvolto, attento e divertito.

Nel suo monologo, il mitico diventa personale, e viceversa. Partendo dallo studio e dall’analisi dei primi quattro canti dell’Odissea, Dix si siede alla scrivania e ci presenta la figura di Telemaco, mostrandoci così i dilemmi, le contraddizioni e le tenerezze che si celano dietro il legame tra un padre e un figlio. Si concentra su canti poco esplorati, che precedono la narrazione del ritorno di Odisseo verso la rurale Itaca: la vicenda omerica si chiude con il ritorno del giovane sull’isola, ma soprattutto con il ricongiungimento – sotto le false vesti del re – dei due uomini nel canto sedicesimo.

Gioiele Dix ci mostra questo sentiero tra piroette comiche, passi cauti che poi diventano brusche frenate e sedute introspettive: si alternano momenti gioiosi e salti nel buio; cambi di registro, che si lancia dal basso verso l’alto; passaggi da un ironico presente autobiografico, a un passato intimo, sino ad un trapassato antichissimo, quello classico. La vicenda di Telemaco, alla ricerca di un padre mai veramente conosciuto, eppure costantemente presente, diventa una metafora del tentativo, sempre in divenire, di crescere come individui, di trovare il proprio spazio nel mondo. Come ci ricorda Dix, infatti, non smettiamo mai di essere figli: che i padri siano distanti, emotivamente o fisicamente, sono sempre dentro di noi. E questo, volente o nolente, ci condiziona. Ma non è necessariamente una condanna: questa presenza interiore può infatti diventare memoria e insegnamento per il futuro.

Dix ci parla così della giovinezza, ma lascia spazio anche alla vecchiaia e al tempo che passa, mostrandoci quanto ci illudiamo (positivamente?) di essere atemporali; ci legge un passo di Ghiannis Ritsos, portando tra noi Elena, non più giovane, ma amara e consapevole di stare morendo; ci descrive vecchie fotografie e porta a galla ricordi sepolti nell’infanzia. E in tutto questo ci catapulta in sale di ristoranti conquistate da bambini in overdose da zuccheri, ci trascina in una grigliata in Liguria tra vicini d’ombrellone indispettiti, mima Ratzinger e apre lo spettacolo interpretando “I Borghesi” di Gaber.

Tra le battute dal suo personale canovaccio, reading, musica, improvvisazione, sketch dal retrogusto televisivo e greco antico, Dix conduce così il pubblico, con delicatezza e scioltezza, ad un finale intenso e inaspettato, creando un recital che trae la sua forza da fonti e forme teatrali di diversa natura.

Irene Raschellà

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