Recensione: “Viva l’Italia”

Viva l'Italia
foto Luca del Pia

“Radio Popolare. Sono le 21.17, interrompiamo le trasmissioni per una notizia che ci è appena arrivata. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due giovani di 19 anni, sono stati uccisi questa sera in Via Mancinelli, dietro al centro sociale Leoncavallo, dove doveva tenersi un concerto di blues. I due compagni sono stati inseguiti da tre individui e sono stati uccisi a colpi di pistola. I loro corpi sono ancora per terra.”

Era la sera del 18 marzo 1978 quando queste tragiche parole, lanciate dalle frequenze di Radio Popolare, annunciavano per prime la morte dei due ragazzi, da allora e per sempre semplicemente Fausto e Iaio.

Tra le tante persone in ascolto, quella sera, c’era anche Cesar Brie, che in quel momento si trovava in un altro centro sociale, Isola, e che fu tra i primi a partecipare alla prima manifestazione spontanea, la notte stessa, quando ancora nessuno aveva ben capito cosa fosse successo.

Forse il ricordo di quel drammatico momento ha contribuito a far sì che, a distanza di molti anni, Cesar Brie prendesse in mano il testo di Roberto Scarpetti, Menzione Speciale al Premio Riccione 2011, e dopo alcune robuste modifiche (il testo nasce infatti come sequenza di monologhi), lo facesse vivere in scena, affidandone l’interpretazione ai bravissimi Andrea Bettaglio, Massimiliano Donato, Federico Manfredi, Umberto Terruso e Alice Redini (la quale meriterebbe una citazione a parte – sicuramente una delle migliori della sua generazione).

E’ una narrazione sovraesposta, quella di Brie, come una di quelle foto in cui l’obiettivo resta aperto più a lungo, garantendo una massiccia presenza di luce al soggetto fotografato. Quella luce che Fausto e Iaio non hanno mai avuto, confusi in quegli anni frenetici e folli, in cui tutto accadeva e tutto troppo in fretta. Moro era appena stato rapito e in quello stesso 18 marzo, l’ultimo della vita di Fausto e Iaio, si erano celebrati i funerali degli agenti della scorta del Presidente della DC e, subito dopo le esequie, fu ritrovato il Comunicato n° 1, con il quale le Brigate Rosse rivendicavano l’azione. Anni in cui poteva accadere che, nello stesso giorno, morissero sia Moro che Peppino Impastato, anni di stragi, di violenze efferate da parte dello Stato e contro lo Stato, anni in cui tutto cambiava e tutto rimaneva immobile. Anni in cui la vicenda di Fausto e Iaio era troppo piccola per contare qualcosa.

E quando una storia è piccola, la puoi seppellire con facilità. Puoi negarla, puoi ridurla a una questione di droga, puoi farla scomparire dietro alla ben maggiore importanza di altri nomi e di altri eventi. Se muore Moro, perché occuparsi di Fausto e Iaio? Perché perdere tempo con due ragazzi che si stavano occupando semplicemente di documentare il traffico di droga nei quartieri Casoretto e Lambrate di Milano? Ma vallo a spiegare alla madre, che non si è mai arresa. Vallo a spiegare a Mauro Brutto, cronista de l’Unità, che aveva raccolto un imponente dossier sul duplice omicidio prima che una Simca 1100 bianca lo travolgesse mentre stava attraversando la strada, uccidendolo e facendo misteriosamente sparire i documenti contenuti nella sua valigetta. Vallo a spiegare al poliziotto che ha ancora voglia di credere nel suo lavoro e finisce trasferito a Teramo, dove non accade nulla e dove non c’è niente in cui infilare un fastidioso becco. Vallo a spiegare a chi non si dà pace chiedendosi perché, per risolvere una storiella di droga, abbiano mandato un commando fascista direttamente da Roma. Vallo a spiegare a chi non dorme la notte pensando che i due si stavano recando a casa di Fausto, in Via Montenevoso 9, a sette metri da quello che si scoprirà essere “il covo delle BR di Via Montenevoso”, in cui verranno ritrovati i documenti originali del caso Moro.

Vallo a spiegare a Brie, la cui etica e il cui senso di giustizia non si sono mai placati. Ed è forse per questo che, nella sua riduzione scenica, la partecipazione emotiva è così evidente. Non tralascia nulla, Brie, ricostruisce quegli anni, da lui vissuti così intensamente, come se fossero ancora lì, in ogni istante della nostra quotidianità. Ed è per questo che la narrazione si sovraespone e si sovrappone: rumori, suoni, immagini video e geniali ombre che compaiono dietro ai teli che costituiscono quinte e fondali si accavallano uno sull’altro, restituendoci la frenesia violentissima e quasi incomprensibile di quegli anni senza respiro. Nessuna voce è trascurata. Fausto ci parla da morto, apparendo in scena con una camicia già crivellata di colpi, segno forse di un’ineluttabilità atroce. Ci parla lui, ci parla la madre, ci parla il giornalista che ogni giorno scopre qualcosa di più, ci parla il poliziotto che vorrebbe andare fino in fondo ma non può, tra dubbi personali e abusi di potere, ci parla il suo superiore che ha ben altro a cui pensare (unico personaggio connaturato in maniera caricaturale, non a caso), ha voce persino il fascista che, con ogni probabilità, ha materialmente commesso l’omicidio, raccontandoci la sua stupida ed entusiasta emozione pre-omicidio ma anche la successiva presa di coscienza dell’atrocità commessa. Tutti ci parlano, sì, senza soluzione di continuità, con i cinque attori impegnati in continui cambi di personaggi, guidati nei loro movimenti scenici velocissimi e geometrici dalla mano sicura e commossa di Brie, capace di portarli in luoghi ed emozioni che nessuno di loro, per motivi anagrafici, ha potuto vivere.

Ci parlano tutti ma non ci parla l’Italia. O meglio, ci parla nell’unico modo in cui sa farlo: insabbiando, negando, assolvendo tutti per insufficienza di prove. Come aveva sempre fatto, prima di allora, e come continuerà a fare, anche due anni dopo, quando la più atroce delle bombe distruggerà la vita di 85 persone, alle 10.25 del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna, condannando soltanto i due pesci piccolissimi (e probabilmente innocenti) Fioravanti e Mambro.

Sono i nomi delle 85 persone rimaste sotto le macerie di Bologna, a chiudere lo spettacolo. 85 nomi, 85 vite spezzate. Antonio Montanari, il più anziano, aveva 86 anni. La più giovane, Angela Fresu, soltanto tre. Ed è a questo punto, solo alla fine, che ti diventa immediatamente comprensibile il titolo dello spettacolo: Viva l’Italia, e così sia.

N.B.: lo spettacolo rimarrà in scena al Teatro Elfo Puccini, Sala Fassbinder, fino al 18 marzo, giorno in cui cadrà il quarantennale del duplice omicidio. Nel foyer antistante la sala, per tutto il tempo della rappresentazione, rimarrà esposta una mostra, realizzata nel 1978 dagli studenti del liceo Hajech, per ricordare i due ragazzi. Il titolo è “Ricordando Fausto e Iaio, ragazzi per sempre”

Massimiliano Coralli

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