Recensione: “Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco”

vincent van gogh
foto Francesca Fago

Ivan Filannino: Prosegue il tour “Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco” e finalmente arriva il momento di Milano, al Manzoni fino al 2 dicembre. La figura del pittore si presta benissimo a qualsiasi trasposizione sia essa teatrale, cinematografica o romanzata, ma bisogna riconoscere il merito al Teatro Manzoni di aver inserito questo testo di Stefano Massini nella propria stagione di prosa, discostandosi da una linea che solitamente punta più sull’intrattenimento. L’opera scritta dal consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, vincitore del Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” nel 2005, non è una biografia di Van Gogh. Analizza il periodo che il pittore, morto nel 1890, ha passato in manicomio entrando nella sua mente e facendo uscire un turbine di emozioni e sentimenti che arrivano senza filtro al pubblico in sala.

Chiara Musati: Un testo non propriamente commerciale ma che vanta nel cast il grande nome di Alessandro Preziosi. L’attore napoletano interpreta Van Gogh preso dai famosi deliri che contraddistinsero la sua vita, portati all’estremo dalla detenzione nel manicomio, al tempo un vero e proprio carcere nel quale i malati venivano trattati come detenuti, rinchiusi in celle d’isolamento e tenuti come animali. Sul palcoscenico Preziosi sfoggia una sorprendente carica recitativa, tenendo lo spettatore imbrigliato nella drammaticità con cui interpreta il personaggio. Sicuramente dal taglio cinematografico, la sua recitazione è un fondamentale elemento di presa sul pubblico, che segue l’intera pièce col fiato sospeso.

IF: Alcune stagioni fa avevamo visto Preziosi interpretare a Milano il Don Giovanni di Molière, un ruolo che sembrava per lui ideale. Anche con Vincent Van Gogh il sentimento è simile, sicuramente merito del lavoro che l’attore nell’intervista prima dello spettacolo ci ha raccontato di aver fatto attorno al personaggio. Nel Don Giovanni avevamo sottolineato l’importanza della presenza di Nando Paone nella messa in scena, in “Vincent Van Gogh” Preziosi è sì il catalizzatore di tutto, ma il cast che ruota attorno a sè spinge l’opera nella giusta direzione. Massimo Nicolini nel ruolo del fratello Theo risulta una sorta di antagonista del protagonista, gli infermieri Alessio Genchi e Vincenzo Zampa alzano il ritmo di uno spettacolo in cui non manca mai l’ironia, mentre Roberto Manzi nei panni del dottore offre allo spettatore la visione di un lato positivo all’interno del manicomio.

CM: La scelta di soffermarsi sugli squilibri mentali di Van Gogh potrebbe a primo impatto risultare una scelta facile. In realtà, il testo di Massini e la regia di Alessandro Maggi sembrano volersi soffermare sul particolare rapporto tra la malattia e la vita, non solo del Van Gogh pittore, ma propriamente dell’uomo che fu. L’internamento, la distanza forzata dalla pittura e dal fratello Theo, la violenza subita dai rigidi provvedimenti scelti dal medico pongono il problema psichiatrico del pittore su un confine molto sottile tra la malattia e la sanità. Nei dialoghi e monologhi di delirio, l’artista non viene tanto compatito, piuttosto compreso, perché la sua feroce pazzia avrebbe potuto essere curata con un po’ di colore, una tela, e una visita del fratello. Massini sembra quindi spostare il centro della questione, perché quello che sconvolge in questo spettacolo non è tanto, o non è solo, l’instabilità ampiamente conosciuta dell’artista, quanto un insieme di situazioni imposte dal manicomio e da come veniva organizzato.

IF: Ottime le scelte di Maggi anche per quanto riguarda le musiche con una colonna sonora che interviene sempre nei momenti giusti enfatizzando un istante o un ricordo in uno spettacolo che si chiude con “Dream on” dei Depeche Mode. E’ impossibile, però, non parlare della dittatura del bianco che domina ogni particolare dell’opera. Lo troviamo nel titolo affiancato dall’aggettivo assordante perché del manicomio si possono immaginare le urla dei malati così come il fischio che entra nella testa di chi si trova in mezzo al silenzio assoluto. All’aggettivo “assordante” si aggiunge il sostantivo “odore” perché l’olfatto risulta importante quanto l’udito. Può essere l’odore della vernice bianca, quello del cibo da ospedale, quello di disinfettante, ma tutti stimoli che riportano al bianco. Un (non) colore che ricorre continuamente, che viene sbattuto in faccia allo spettatore nell’accecante scenografia di Marta Crisolini Malatesta e ripetuto più volte nel testo “Il bianco del manicomio ti lava gli occhi”, “Un disegno senza colore non vale nulla” così come si ripete la ricerca del colore “Una firma che cancella il bianco del manicomio”, “I colori entrano nella mente ed escono dalla punta del pennello”.

CM: Accecante è la parola giusta e da lì emerge la figura di Van Gogh, vestito anch’esso da una tunica bianca, e un lettino di ferro che sembra fuoriuscire da un sogno. L’idea del bianco è particolarmente sorprendente e si riveste di un messaggio drammaturgico immediato: la difficoltà di un pittore, di un uomo immerso nella vita dei colori, di essere rinchiuso in uno spazio quasi accecante tanto è bianco viene restituita con immensa carica espressiva. Il luogo appare quindi come uno stato della mente, un posto lontano dalla realtà frenetica della vita, e conferisce alla malattia mentale di Van Gogh tutta la sua drammaticità.

IF: Per concludere la standing ovation che il pubblico del Manzoni riserva al cast sulle note della già citata “Dream on” è meritata. Regista e cast hanno portato in scena al meglio il grande testo di Massini riuscendo anche a stupire positivamente parte della platea.

CM: L’odore assordante del bianco parla con lo spettatore, offre una prospettiva in più non limitata dall’attrazione della malattia del pittore, che da sempre circonda le sue opere, come se dicesse: non domandiamoci più come abbia fatto un pazzo a realizzare delle opere così, ma piuttosto perché fosse pazzo e cosa significasse per lui dipingere. Decisamente stimolante.

Ivan Filannino e Chiara Musati

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