Recensione “Verso Sankara”

sankara

Quanto il mondo sta cambiando, disfacendo e mescolando storie e tradizioni, lo sanno bene i così detti meticci. Non solo di sangue ma soprattutto di Cultura. Lo sa bene Alberto Malachino, Métis Italo-Burkinabè e attore con grande energia e forza.

Lo spettacolo Verso Sankara, andato in scena al teatro Franco Parenti, nasce infatti dal suo desiderio di andare a scoprire le sue origini Africane nel Burkina Faso, alla ricerca della sua enorme parentela dispersa per il paese. Una volta li vive il conflitto culturale di un occidentale catapultato in un altro universo. Con regole diverse. Con ritmi diversi. Ne conosce la bellezza ma anche la sua dannazione. Così la sua ricerca personale assume un valore diverso, rivolto alla storia di un paese che ha pagato un durissimo prezzo per poter avere la sua sopravvivenza. Scopre Tomà, diminutivo del nome Thomas Sankarà.

Il presidente ribelle. Il Che Guevara africano, che con il suo governo illuminato ha cambiato il nome del suo paese in quello che ora conosciamo “Burkina Faso” la terra degli uomini incorruttibili. È stato la figura di riferimento del rifiuto della dipendenza neocoloniale attraverso gli aiuti umanitari. Negli anni ottanta ha imposto la parità di genere, la vaccinazione popolare, l’educazione contro l’infibulazione e l’Aids, la lotta contro la desertificazione e l’analfabetismo. Ha fatto costruire scuole, pozzi, ospedali, case e ferrovie. Riteneva che un uomo politico debba avere come bussola la felicità del proprio popolo. Troppo bello per essere vero. E infatti a soli 38 anni è stato ucciso dal suo amico e compagno di rivoluzione Blaise Compaore, che ha poi instaurato un regime dittatoriale fondato sulla corruzione per 27 anni.

Il Viaggio di Alberto Malachino avviene due anni dopo la caduta di quest’ultimo. Molti dei protagonisti di questa grande rivoluzione sono ancora vivi e insieme al regista dello spettacolo Maurizio Schmidt, ha saputo cogliere l’occasione di tirare le somme di una storia fondamentale non solo per il Burkina Faso, ma per l’occidente. Quel passato coloniale in cui un’intera nazione è stata e, in parte continua ad esserlo, sfruttata e manipolata a discapito delle popolazioni residenti.

Lo spettacolo ha un ritmo incalzante fin da subito, a volte quasi troppo. La scena è semplice ma molto elegante. Con titoli e video che si intrecciano sopra un ring di tulle che si apre e si chiude. Insieme ad Alberto Malachino c’è Moussa Kora Sanou, al quale va dedicata una parentesi in particolare.
Riesce, da musicista e in parte attore, a fare da spalla in un modo tutto suo. Rimane impressa la sua ironia e allo stesso tempo la profondità e, l’intensità, con la quale interpreta la colonna sonora dello spettacolo. Tra strumenti tradizionali e una chitarra.

Lo spettatore, insieme agli attori e allo stesso regista, si troveranno catapultati in un mondo di cui sappiamo veramente poco e spesso, anche quel poco, è stravolto da pregiudizi o mitologie comode. Il racconto è una ricerca onesta, a volte quasi ingenua, per comprendere quei frammenti di vita che rischiano di perdersi e che fanno parte della nostra contemporaneità più di quello che vorremmo.

Michele Ciardulli

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