Recensione: “Il vecchio principe”

il vecchio principe

Smettere di cercare quello che non ha importanza

Cesar Brie e Teatro Presente ci portano in una dimensione fatta di sogni e piccole grandi paure. Paure che si pongono come ostacolo alla nostra stessa capacità di sognare, che ci portano a vedere le cose attraverso il filtro logorante della fuga dalla solitudine o dell’ossessiva ricerca della felicità, come se questa fosse definibile in qualche cosa di tangibile e di cui prendere possesso, come un qualunque bene di consumo. È la lezione più grande. Abbiamo bisogno di dare un nome a tutto, di etichettare ed incasellare, al punto da dimenticarci che la comprensione non passa da ciò che classifichiamo all’esterno, ma da ciò che percepiamo di noi stessi. Dalla paura di guardarci allo specchio, di vedere quello che siamo diventati e di scoprire che stride, necessariamente, con l’immagine dell’io adulto che avevamo da bambini.

il vecchio principeSembrerebbe che sia proprio per impartirci questa lezione che il piccolo principe si sia fatto vecchio. Nel reparto geriatrico di un ospedale, asserisce di provenire da un pianeta, dove ha lasciato un fiore. Confonde i lampioni con le stelle, scambia i corridoi vuoti del suo ospedale per deserti. Durante le visite vengono a trovarlo personaggi presenti solo nella sua testa e che Antoine, il giovane infermiere assegnato al suo reparto, non vede. Vecchio vede il mondo con il distacco di chi vive in solitudine le ultime fasi della vita e la serenità di chi è consapevole che, se da una parte questa sta per finire, dall’altra qualcuno accoglierà l’eredità della sua visione. Qualcuno tornerà bambino quando sarà il momento, per lui, di fare ritorno al suo fiore.

Come a dire che l’innocenza e l’incapacità di comprendere del piccolo principe abbiano fatto posto alla concretezza, alla dolcezza e all’esperienza del vecchio. I perché del primo hanno lasciato spazio alle sagge e incantate risposte del secondo. Ti serve un amico. Ti occorre ricordare chi sei, dice ad Antoine.

E lo dice a che a noi.

Ci chiediamo mai COSA sia veramente importante per noi? Ci chiediamo mai PER CHI siamo veramente importanti noi? La risposta immediata a questo momento dello spettacolo è una sola. Porci domande ci spaventa. Le domande ci spaventano. Ma non sono esse stesse a farci paura, quanto quella modalità dolce e semplice che abbiamo perduto per strada e che sarebbe quella consigliabile per tornare ad osservarci e capirci.

Su un palco semivuoto e in cui gli oggetti prendono vita grazie all’impiego impiego evocativo che contraddistingue il teatro di Cesar Brie, gli attori si muovono in punta di piedi per cercare di raggiugerla, quella stessa leggerezza. Peccato solo per la rapidità, a volte eccessiva, con cui si consumano alcuni dialoghi e che quasi ci lasciano con una sensazione di non detto, di inconcluso, di sospeso. È questo per noi è un motivo di dispiacere, perché è proprio come se ci si svegliasse anzitempo dal sogno di cui finora si è discusso. Per il resto ci si gode un lavoro fedelissimo allo stile a cui è abituato chi da anni segue gli spettacoli del regista argentino, e quindi anche al pubblico più giovane che lo incontra per la prima volta. Uno spettacolo, questo, che va bene per tutti. Ed è questo anche il dichiarato auspicio della compagnia a inizio spettacolo. Che grandi e piccini si possano incontrare, dinanzi ad esso. Proprio così. Non che l’uno abbia da dimostrare qualcosa all’altro. Ma riscoprirsi a vicenda, a metà strada, e sorridere del fatto che siamo stupidi a perderci di vista così scioccamente.

Dario Del Vecchio

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