Recensione: “Uncanny Valley”

Uncanny valley

Berlino è una città inquieta, contraddittoria, che mostra il suo volto sparuto in mezzo all’Europa: il suo disperato vitalismo è percepibile da chiunque l’abbia vissuta almeno una volta. La sensazione che tutto sia irreale, distante e irrequieto si può percepire in inverno, quando può capitare di rimanere bloccati per la troppa neve su un treno in una zona industriale, in mezzo al nulla.

Può sorgere in un tramonto estivo a Teufelsberg, collina artificiale ricavata dai detriti della Seconda guerra mondiale, alla cui cima svetta l’ex stazione d’ascolto della NSA. Salendovi, si sente in lontananza della musica elettronica e dei ronzii: spostando lo sguardo alto, si scorgono solo dei teli strappati, svolazzanti dalle finestre dismesse dell’edificio.
Può succedere in una giornata che non sa né di primavera, né di autunno, quando il cielo è basso e Tempelhof, ex aeroporto abbandonato, ora parco, è deserto, e sembra ancora più immenso e solo.
Osservando il lavoro del collettivo Rimini Protokoll, si può sentire distintamente questo riverbero berlinese entrare nelle ossa: “Uncanny Valley” lascia infatti smarriti e folgorati.

Lo spettacolo è diviso in tappe temporali emotive: l’autore parla di sé per mezzo della sua copia animatronica. Ci mostra la sua vita interiore, dalla prima foto a scuola, dove forse era già “attore di sé stesso”, fino alla scelta di creare il suo doppio androide, che è al centro della scena, e ci parla. La reiterazione di alcuni temi veicola la costruzione di un sistema d’empatia, la regia di Kaegi è resa ancora più immersiva dall’ambiente spoglio e dalle musiche evocative di Nicolas Neecke.

La narrazione della vita del drammaturgo si lega inoltre a quella di Alan Turing, matematico e padre dell’informatica, dall’epilogo ingiusto e tragico. Il suo test è uno dei primi tentativi di misurare il grado di intelligenza artificiale di una macchina, tramite “il gioco dell’imitazione”. L’autore ribalta la domanda: non ci chiede se le macchine possano pensare, ma ci mostra quanto le azioni che compiamo, i messaggi che il nostro cervello ci trasmette, possano essere un artificio.

La forma primitiva del monologo è rinnovata tramite, appunto, l’utilizzo del doppio di Melle: questo rende lo spettacolo coerente rispetto alla ricerca sperimentale del collettivo berlinese, celebre per il suo essere parte di un nuovo filone d’avanguardia performativa, il teatro documentario. Quello che ci viene proposto è infatti un’esperienza intima: invece, però, di esplorare nuovi spazi (“Remote Milano” utilizzava la città come palcoscenico, a partire dal Cimitero Monumentale), esplora direttamente la realtà dell’essere umani.
Si parla della coscienza e veniamo chiamati a metterla in gioco, l’autore si rivolge direttamente al pubblico: i nostri ricordi sono davvero nostri? O sono costruzioni a posteriori? Fino a che punto siamo in grado di provare empatia? Siamo liberi di scegliere? Quanto possiamo definire la nostra identità davanti al prossimo?

Il suo, inoltre, è un capovolgimento ponderato e costruito a tutto tondo. La scelta è, infatti, funzionale alle volontà teatrali e sociali del collettivo berlinese, ma è, soprattutto, profondamente dettata dall’esigenza intima di Melle di riappropriarsi di sé stesso e dei suoi lavori. Rivendica il suo bisogno di separarsi dallo sguardo di chi, osservandolo, lo misura; da dignità alla figura dell’artista, che per campare deve per forza metterci la faccia; fa scacco matto al disagio dato dai limiti sociali, che gli impongono di doversi dimostrare, a seconda delle necessità, autentico e nudo, o funzionale e conforme; riprende il controllo su sé stesso, misurandosi con distacco, da esterno. Siamo davanti ad una forma di terapia: Melle parla della scrittura come un veicolo di catarsi e come ricerca dell’ordine. Ci pone inoltre un quesito: come ora la tecnologia può riparare un corpo, potrebbe essa in futuro ovviare ai danni della mente? Mostrandoci la sua visione e il suo approccio alla malattia supera la meta-teatralità, va oltre all’inserimento del teatro nella vita. L’attore in scena non interpreta il drammaturgo, non è il suo doppio drammatico, è la copia vera e propria dell’autore.

Grazie a questi mezzi, Melle e Kaegi arrivano a tutti: “Uncanny Valley” non è affatto una vuota performance da decifrare e ci risparmia la lezione d’estetica sul ruolo del fruitore e della rappresentazione, parlando chiaramente; trasmette contenuti scientifici soffermandosi sul loro ruolo sociale, rendendoli così reali e vicini a chi ascolta. Il doppiaggio dall’inglese all’italiano limita forse un po’ l’impatto empatico del testo, si consiglia quindi, quando possibile, di spostare le cuffie dalle orecchie e lasciarsi colpire a pieno dalla voce dell’umanoide.

Fa impressione infine, quando lo spettacolo è concluso e l’androide riposa, vedere il pubblico avvicinarsi, osservarlo. Sembriamo animaletti, curiosi e un po’ spaventati, davanti a qualcosa di sconosciuto. Cerchiamo di capire. Anche in questo modo, Melle ha forse voluto metterci davanti alle nostre debolezze, ai nostri limiti e alle stranezze, ma ci ha anche mostrato che siamo ancora in grado di stupirci, celebrando, come lui stesso dice, quello che ci ha reso umani: il caso.

Irene Raschellà

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