Recensione: “Un nemico del popolo”

foto Giuseppe Distefano

Popolizio, nel duplice ruolo di attore e regista, ha una geniale intuizione nell’allestire questa piece, una di quelle che accendono una visione, che permettono la formulazione di nuove leggi in grado di rinnovare la fisica teatrale, al pari della mela newtoniana, fa incontrare Ibsen con Brecht, e si fa sponsale di questa unione, la quale si dimostra oltremodo fertile.

Lo stabilimento termale, oggetto di una contesa socio-politica, è spostato dalle fredde latitudini norvegesi, quelle, tanto per intenderci che, secondo Welles, saprebbero di paraffina spirituale, a quelle di una cittadina americana degli anni ’20, un posto di frontiera in cui costruire una Mahagonny, in cui cercare la strada per il prossimo whiskey bar, per dimenticare che l’acqua termale può essere fatale. Il dottore, interpretato dallo stesso Popolizio, si accorge della contaminazione delle acque, e cerca di divulgare la notizia scontrandosi con la realpolitik, più macchiavellica dello stesso Macchiavelli, del fratello sindaco, che fa precedere la pancia alla morale, anche a costo di qualche mal di pancia, dovuto ai batteri che infestano il liquido.

Tutti gli interpreti sembrano ad un passo dallo sprechgesang, da quella tecnica brechtiana vocale tra la musica ed il canto, manca giusto il piano di Weill a tirar fuori un diabolus in musica in grado di creare uno straniamento musicale. La loro vocalità ha i colori forti di un quadro espressionista, seguono l’accordatura del protagonista, in grado di tendere l’arco di Ulisse della laringe, e di scagliare la freccia delle battute del cuore della poltrona dell’ultima fila. I suoni fonetici si inerpicano veloci sulle scale senza perdere un fiato, tirano fino allo spasimo la pelle del tamburo ventrale per suonare i loro tam tam di guerra, i fonemi sono il risultato di uno sforzo che combatte la costipazione nevrotica di creature ingolfate dell’ipse dixit delle autorità e della stampa. Si muovono descrivendo angoli retti, come il cavallo della scacchiera, per piegare la verità al compromesso di geometrie non euclidee, camminano, al pari di Woyzeck, come rasoi aperti pronti a tagliare la testa ai principi etici.

Ed il paradosso ibseniano, secondo il quale la maggioranza può essere il peggior nemico del popolo, la pandemia dell’omologazione al pensiero crasso, al corpo senza testa che lascia ragionare il proprio intestino, fatto di quelle circonvoluzioni dalle vaghe sembianze cerebrali, quel cervello che pensa al contrario, ed espelle le idee invece che accoglierle. Il personaggio del sindaco è interpretato da un’attrice, Maria Paiato, e questa indovinata scelta, oltre ad aumentare esponenzialmente l’effetto straniante, riesce a creare un’anima cattiva di un Sezuan a stelle e strisce, l’altra parte della sigizia, di una coppia psicanalitica, completata dalla figura del fratello dottore, un visconte dimezzato in cui il bene e il male si polarizzano in estremismi fuori dall’arco costituzionale etico. Fila, con dovizia aracnica, la ragnatela in grado di intrappolare la solerzia del fratello, eroe suo malgrado, condannato ad una solitudine etica che lo aliena dalla comunità, come se fosse il matto sulla collina. I confronti fra i due fratelli, che inevitabilmente, sul piano visivo, si danno battaglia sul piano frontale, attraverso il quale giocano una partita dialettica a tennis la cui pallina è fatta di ragionamenti, sono momenti in cui questa schizofrenia etica raggiunge i suoi punti più alti, ma è Thomas Stockmann, il medico zelante, ad essere condannato a diventare l’agnello sacrificale, il Catilina accusato di abutere patientia nostra, il medico evocato da Platone, destinato a perdere la sfida per la cura del mal di pancia, perché propone medicine amare invece che dolcetti, quando la giuria è composta da bambini.

Nella scenografia composta da membrane solide, pannelli che sembrano richiamare membrane cellulari, avviene per osmosi il contagio, ed in questo labirinto semplificato, si consuma questo esperimento di psicologia comportamentale, in cui i topi trovano la strada giusta (o sbagliata) attraverso il pezzetto di formaggio che il sindaco sventola ad arte sotto il loro naso. L’assemblea pubblica, voluta dal medico, è il momento catartico, visivamente sembra quasi una visione futurista dell’ultima cena, che ha sostituito il pane ed il vino con i microfoni dei mass-media, in cui non c’è un unico Giuda, ma una maschera collettiva di voci che lo interpretano dalla platea, stuzzicate e titillate dal sindaco e dai suoi scherani. La verità diventa solubile nella sostanza liquida, melliflua, della retorica politica, è forse la menzogna di domani, ma per ora è vera, finché occupa la prima pagina del giornale della comunità “La voce del popolo”, finché prometterà pane e lavoro, per i tanti, e più pane e meno lavoro per i pochi. La presa di coscienza ibseniana precede le intuizioni freudiane sulla psicologia delle masse, nella quale l’uomo sembra scendere molti gradini nella scala della civilizzazione, diventa istintivo, barbaro. Questa massa che tira pietre al dottore è una tempesta governabile dal tridente retorico del sindaco, di tutti quegli spin doctor in grado di dare all’opinione pubblica l’orientamento desiderato, anche se lo stesso costringe la comunità a sbattere contro un muro. L’eroe si veste con amara ironia dell’armatura della sua solitudine, ed il popolo brechtianamente non sa quanto sia nascostamente infelice per quel bisogno inconscio che ha di lui, per dare un bersaglio alle proprie idee premasticate. Gli applausi premiano, generosamente e meritatamente, questo lavoro teatrale di Popolizio, e tutta la sua compagnia.

Danilo Caravà

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