Recensione: “Un eschimese in Amazzonia”

eschimese in amazzonia

LA POTENTE FRAGILITA’ DEGLI ESCHIMESI

Ci vuole tanta forza per vivere in Amazzonia. Specialmente se sei un eschimese. In Amazzonia non c’è il materiale adatto alla costruzione di un igloo che possa servire da riparo. Non ci sono distese ghiacciate da bucare per calarci dentro una lenza e procurarsi il cibo. E, senza dubbio, i componenti delle 400 tribù amazzoniche guardano l’eschimese e i suoi abiti così ingombranti, decisamente fuori luogo in quel clima equatoriale, come noi guarderemmo un alieno con otto teste e ventidue braccia entrare in un bar e ordinare, con perfetta pronuncia, un cornétto e un caffè.

L’eschimese, in Amazzonia, vive una condizione di estrema fragilità. Ha di fronte a sé la possibilità di rinunciare alla sua “eschimesità” e adattarsi ad un luogo per lui estraneo e che non può (non sa, non vuole) riconoscerlo. Oppure può rimanere ciò che è, sapendo e accettando che non sarà l’Amazzonia a cambiare per lui, e che nemmeno tenterà di capire le ragioni della sua presenza in quelle terre.

Ed è questa condizione di estrema fragilità l’abito che sceglie di indossare Liv Ferracchiati, regista rivelazione degli ultimissimi anni, nel suo Un eschimese in Amazzonia (in scena a Campo Teatrale fino a domenica 25), capitolo conclusivo di una trilogia sull’identità curata dalla sua compagnia The baby walk, iniziata con Peter Pan guarda sotto le gonne e proseguita con Stabat Mater.

La ripartizione è netta: da un lato c’è l’eschimese, Liv, che si presenta in scena senza nemmeno un testo a cui appigliarsi, in totale improvvisazione, fragile e senza paracadute. Dall’altro c’è il coro, che se volete è “Amazzonia” o, se preferite, “Società”. Un coro che recita invece a memoria, in perfetto unisono. Un coro che sa dove andare e come muoversi. Un coro che non sbaglia mai, di fronte ad un eschimese che, per sua stessa dichiarazione, su questo argomento, “non sa più cosa dire”. Le dichiarazioni di intenti vengono espresse immediatamente, sin dall’ingresso in scena di Liv, che non ha nemmeno il tempo di farsi identificare come eschimese perché il coro la incalza subito, con la sua necessità di catalogazione (“Cosa sei? Sei un uomo o sei una donna? Perché se sei un uomo mi piaci. Se sei un uomo, sono già bagnata”). Prova a spiegarsi, l’eschimese, a trovare una sua collocazione in quello spazio che non le è concesso abitare, costretta a muoversi da un angolo all’altro del palcoscenico, quelli lasciati liberi dall’avanzata costante e sicura del coro, che gradualmente svela le sue ipocrisie e le sue contraddizioni (“Sputami in bocca. Sputami nel culo. Non sputare per terra. E’ maleducazione, sputare per terra. E poi, chi pulisce?”), costringendo, in qualche modo, l’eschimese a rivelare le sue stesse contraddizioni, i suoi stessi pregiudizi e i luoghi comuni di ritorno. Non si pone affatto come vittima, questo sorprendente eschimese, anzi ammette di aver avuto anche troppa possibilità di parola e di aver giudicato i suoi stessi giudicanti.

Cosa fare, allora, dopo aver messo in campo tutto il materiale raccolto dal 2013 in poi? Cos’altro c’è da dire, dopo aver affrontato il tema del transgenderismo nell’adolescenza (Peter Pan) e dopo aver fatto vivere “al maschile” un corpo dalle sembianze femminili (Stabat Mater)? Dopo aver cantato e fatto cantare a squarciagola “Vita spericolata” ed essersi stancati anche della spericolatezza da Roxy Bar? Nulla. Non c’è davvero più niente da dire. Si può soltanto accantonare la felpa no – sex, uni – sex o multi -sex e sfoggiare la maglia di Oliver Hutton, il bambino fenomeno del calcio giapponese protagonista dell’indimenticabile Holly e Benji.

E così, palla al piede, Liv si esibisce sul fondo del palco (con mirabile padronanza) mentre gli attori del coro si spogliano degli abiti da battaglia, o da Amazzonia, o da Società e, nel loro migliore vestito da sera, si mostrano uno dopo l’altro in proscenio, rubando all’eschimese quel microfono che fino a quel momento era stato necessario per far sentire la sua voce ma che ora non serve più, e raccontando piccoli episodi (reali?) relativi al loro rapporto con Liv l’eschimese. Un atto di sincerità che riproduce e moltiplica quello che sta alla base stessa dello spettacolo, ovvero mettere in scena tutta la compagnia, nelle sue componenti artistiche e tecniche. Oltre alla sempre ottima Alice Raffaelli, presente in tutti e tre i capitoli, c’è infatti la coreografa Laura Dondi (alla quale regaliamo un applauso speciale per la sua preparazione tecnica e per il suo magnetismo scenico), la drammaturga Greta Cappelletti e il light designer Giacomo Marettelli Priorelli. Oltre, naturalmente a Liv, regista ed eschimese.

Una vera e propria firma in calce ad un progetto efficace, vincente, condotto sin dal primo capitolo con estrema originalità, accuratezza e irriverente disincanto, brillante sia nella composizione drammaturgica sia nella direzione degli attori.

Massimiliano Coralli

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