Recensione: “Un cuore di vetro in inverno”

un cuore di vetro in inverno
foto Noemi Ardesi

Dal 30 ottobre all’11 novembre torna al Teatro Franco Parenti di Milano, Filippo Timi con il nuovo spettacolo “Un cuore di vetro in inverno” da lui scritto, diretto e interpretato, con Marina Rocco, Elena Lietti, Andrea Soffiantini e Michele Capuano, produzione del Teatro Franco Parenti in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana.

Come nei grandi poemi cavallereschi quali l’Orlando Furioso e Don Chisciotte, in un ipotetico 1600, un bizzarro cavaliere è costretto ad abbandonare il proprio amore per andare in battaglia contro un fantomatico e terribile drago sputafuoco, assieme al suo angelo custode, un giullare triste, uno scudiero e una prostituta che lo accompagnano nel suo viaggio.

Quella che pare essere la classica missione di un cavaliere seicentesco risulta essere un cammino nella mente di un uomo solo, in preda ai dubbi e congelato dalle proprie paure, che nonostante tutto prova a sconfiggere. “Ho appena trovato l’amore, perché devo partire?” chiede così il Timi/Cavaliere “non ho voglia!” ripete; ed ha ragione, perché affrontare il drago fa paura, blocca, paralizza talmente tanto da far rimandare la partenza almeno al giorno dopo. Eppure, per essere felici bisogna agire, per provare a vincere occorre combattere, e perciò armarsi e partire. I compagni di viaggio che si giostrano attorno al cavaliere incarnano i vari aspetti della vita, opposti ma legati tra loro, come la vecchiaia e la giovinezza, l’inesperienza e la saggezza, la spensieratezza e la tristezza, la spiritualità e la carnalità.

La messa in scena è costellata di paradossi: nonostante l’ambientazione sia dichiaratamente seicentesca, la contaminazione moderna è forte, dai costumi, come il bustino animalier della prostituta, alle scenografie, come la presenza di un bar, con tanto di insegna al neon e tendine a filo. Il linguaggio è caratterizzato da un continuo scambio tra il livello aulico a e quello volgare: si passa dal Salve Regina recitato in latino alle parlate dialettali come quella dello scudiero campano che canta a squarciagola Gigi D’Alessio. Timi stesso si pone in modo antitetico: inizia lo spettacolo irriverentemente vestito da sposa, per poi indossare l’armatura da cavaliere, e infine spogliarsene per indossare di nuovo l’abito nuziale ballando sulle note di Michael Jackson.

L’atmosfera dello spettacolo a tratti ricorda “la Ricotta” di Pasolini per la commistione tra sacro e profano, tra figure angeliche e terrene, tra preghiere e barzellette al limite della blasfemia arrivando al culmine con la scena della caduta del cavaliere, dove la composizione degli attori rievoca contemporaneamente il Presepe e la deposizione di Cristo dalla Croce. Tali contraddizioni e paradossi danno l’idea allo spettatore di essere immerso in un mondo astratto e onirico dove nulla è confinato in preconcetti e tutto è messo in discussione, esplodendo in un finale che con sottile ironia stempera l’intensità della battaglia contro il “drago inesistente”. Il drago non è altro che l’immagine della paura stessa, e il cavaliere diviene eroe nel momento in cui decide di guardarlo negli occhi e sguainare la propria piccola e inadeguata spada di legno, andando a fondo nella propria missione.

In questo nuovo spettacolo, Filippo Timi si mette a nudo di fronte alle proprie paure con il suo stile unico e poliedrico, regalando allo spettatore un testo poetico sulla presa di coscienza di sé e dei propri limiti e sull’affrontarli con coraggio nonostante la fragilità e piccolezza del cuore umano.

Francesca Parravicini

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