Recensione: “Tutto quello che volevo”

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foto Laila Pozzo

In scena dal 2 al 19 maggio presso la Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini di Milano è lo spettacolo in prima nazionale Tutto quello che volevo, storia di una sentenza di e con Cinzia Spanò, con la regia di Roberto Recchia, produzione Teatro dell’Elfo.

Nel 2014 la stampa italiana fu invasa da articoli riguardanti un caso giudiziario malamente definito “il caso delle Baby Squillo”: due ragazze di 14 e 15 anni si prostituivano in un appartamento di via Parioli, a Roma. Diversi furono i loro clienti, che dalle indagini risultarono essere appartenenti alla cosiddetta “Roma Bene”, professionisti benestanti e padri di famiglia. La protagonista, interpretata magnificamente da Cinzia Spanò, è un giudice, anzi, una giudice, Paola di Nicola, il magistrato che dovette pronunciarsi su uno dei clienti di una delle ragazze, la più giovane, indicata con il nome fasullo di Laura.

Una sentenza di cui la giudice sente l’enorme peso: come si può restituire a una ragazzina la libertà che ha venduto per denaro? Non con altro denaro, perché si ricadrebbe nello stesso sporco circolo vizioso. Soprattutto, come si può restituire la dignità, dopo che sui giornali sono state scritte parole orribili su delle ragazze, poco più che bambine, che non avevano la consapevolezza di quello che facevano?

Qui non si vuole difendere le ragazze a spada tratta, ma si vuole mostrare la realtà dei fatti, ovvero che, nonostante tutto quello che si può dire, ( “le ragazze erano libere di non farlo!”, “Sono immorali” e tanti altri epiteti poco lusinghieri), a 14 anni non si è liberi per legge. A 14 anni si è ancora sotto la tutela famigliare, proprio perché non si ha la piena consapevolezza di sé e la maturità per prendere un certo tipo di decisioni ma si inizia quel processo lento e graduale che porta a diventare adulti. Le due ragazze sono state private di tutto questo, buttate in pasto allo squallore di una società che si nasconde dietro a un dito.

Paola Di Nicola, in tutta la propria umiltà e fragilità, prova a salvare Laura, per quanto possibile, cercando di farle comprendere di essere libera, libera di scegliere un destino differente e lontano dalle scelte fatte in passato: il risarcimento pattuito dalla corte, infatti, consiste in libri e film dove vengono raccontate storie di grandi donne che hanno lottato, si sono battute per la parità dei sessi, per la dignità femminile e per i diritti delle donne. La conoscenza è la chiave per la libertà e grazie a questi esempi, Laura potrà comprendere che c’è un’altra strada, migliore e più luminosa.
Come detto sopra, in questa rappresentazione si vuole porre lo spettatore di fronte alla realtà, perché la scelta della Di Nicola di tale risarcimento, non è casuale, ma proviene dalla sofferenza che lei per prima ha provato, a causa della propria figura lavorativa generalmente considerata “un lavoro da uomo”. La donna si è spesso sentita umiliata, (dal sentire apprezzamenti sul suo fondoschiena al fine di un colloquio, al vivere le gravidanze come una colpa) perché non considerata all’altezza del proprio compito in quanto donna, a tal punto da dover sacrificare la propria femminilità, la propria natura di donna. Tutto questo perché fare il magistrato (come tanti altri impieghi in realtà) non è considerato un lavoro femminile, anzi, fino a 40 anni fa non era neanche permesso.

Durante la rappresentazione viene pronunciata una frase “Se in una lingua non esistono certi termini per definire un concetto, allora esso non esiste”. Tali paorle colpiscono in faccia lo spettatore come uno schiaffo, perchè è vero: quanti mestieri hanno grammaticalmente il termine al femminile, perciò considerati mestieri maschili e tale fatto condiziona irrimediabilmente la società.

Lo spettacolo è sconvolgente, grazie a una messa in scena davvero interessante dove dei pannelli bianchi da un lato e neri dall’altro vengono spostati sul palco creando così muri, corridoi e porte con cui l’attrice interagisce. Tali pannelli diventano schermi su cui vengono proiettate immagini e video poetici realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera – Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate. Di particolare menzione è la maestria di Cinzia Spanò che riesce a raccontare con delicatezza e allo stesso tempo con forza, la sofferenza della condizione di due donne, la giudice e la ragazzina, completamente diverse, ma legate dalla condizione comune della lotta per la propria dignità. Spettacolo che merita di essere visto da più persone possibile e che si spera torni la prossima stagione sulla scena milanese.

Francesca Parravicini

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