Recensione: “Tù Amaràs”

Tú Amarás
foto Jorge Sanchez

Bonobo, compagnia giovane ed espressione di un teatro progressista e contemporaneo nel panorama cileno, ha portato in scena Tù Amaràs nell’ambito della rassegna Fog alla Triennale Teatro dell’Arte il 15 e il 16 maggio. Come spesso accade in questa istituzione dell’Arte e del Teatro contemporaneo, si assiste ad un discorso estremamente attuale ed elaborato con un sapiente respiro internazionale.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a dei processi di globalizzazione che hanno collettivizzato ogni forma di sapere, di esistenza, di espressione, rendendoci gli uni più “vicini” agli altri, o almeno apparentemente. Si è verificata, nel corso della digitalizzazione della società mondiale, una crisi dello Stato-nazione che ha comportato una ridefinizione del potere in chiave extra-territoriale e sovra-nazionale: lo Stato in senso stretto è stato sostituito dallo Stato-a-rete e ciò ha significato una maggiore solidarietà ma anche una maggiore confusione. Paradossalmente, il sentirci sempre più vicini ha anche permesso di vedere meglio certe differenze, taluni contraddizioni e invece di unirci in una massa indistinta ci siamo sempre più, violentemente, diversificati. Si potrebbe dire che l’epoca della condivisione inarrestabile, dell’onnipresenza virtuale ci abbia sì fatto sentire parte di qualcosa, ma solo in contrapposizione a qualcos’altro.

La compagnia Bonobo affronta proprio questo effetto collaterale della società globale e sottolinea la controtendenza principe della contemporaneità: alla spinta aggregatrice, rispondiamo ri-nazionalizzandoci, ma con una violenza sconosciuta alla società recentemente passata, figlia di estremismi ben più lontani nel tempo.
Il Teatro attuale accompagna questa rivendicazione etnologica ma positivizzandola, facendone un punto di forza e di unione: da Tù Amaràs a Five Easy Pieces di Milo Rau, passando per Koohestani, la ricerca artistico-teatrale procede riscoprendo (nell’atto di svelare ciò che si conosce già) l’appartenenza territoriale senza sovrapporla ma accostandola dolcemente alla più ampia co-esistenza globale.

Lo spettacolo, a tal proposito, parte da una breve scenetta ambientata secoli fa che mostra, ironicamente, la genesi di un razzismo costitutivamente umano nei rapporti tra bianchi e indios.
Passando alla contemporaneità di una conferenza medica sul popolo degli Ameniti, extraterrestri da poco atterrati sulla terra, e sulla loro integrazione con il popolo terrestre, il discorso attoriale procede, tra sarcasmo e acutezza, con una tensione palpabile creata dall’ingegnoso gioco drammaturgico, verso un climax di forte impatto morale (e assolutamente non moralistico). Partendo dall’animalizzazione dell’uomo con finalità di scherno, attraversando dapprima con leggerezza l’indole inevitabilmente avversa alla diversità che alberga in ciascuno di noi, lo spettacolo arriva dritto al punto più cogente dell’attuale situazione socio-politica (italiana in particolare): il razzismo, l’omofobia, la xenofobia, qualunque timore generato dall’approccio alla diversità altrui è innato poiché nasciamo già immersi in un determinato tipo di società in cui certe scelte sono già state fatte, per cui cresciamo sapendo già chi è il nemico e da chi saremo visti come tali. Dunque per amarci incondizionatamente, gli uni con gli altri, dobbiamo disimparare, toglierci di dosso gli strati di convinzioni precostituite e donarci senza reticenze.

Il merito della compagnia cilena, oltre alla capacità di strutturare un gioco teatrale tenso e attuale, sta nel riconoscere una colpa profondamente umana, svelarla sul palco e assolverla in qualche modo, permettendo di perdonarci; trasfigurando il nemico odierno (e diverso per ogni popolo, gli immigrati per certi italiani in questo momento storico) in una figura fittizia (gli Ameniti), è possibile invertire drammaturgicamente lo straniamento, toccandoci con dolore sul punto di inevitabile immedesimazione. Si parla di noi, si parla a noi, in un modo personalissimo e, al contempo, universale.

Giuseppe Pipino

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