Recensione: “Tristezza & Malinconia”

tristezza

Si apre sulle note della celeberrima Tartaruga di Bruno Lauzi, lo spettacolo “Tristezza & Malinconia” o il più solo solissimo George di tutti tutti i tempi, scritto da Bonn Park e in scena in questi giorni a Teatro I di Milano, nell’ottima risoluzione scenica di Lea Barletti e Werner Waas, che lo interpretano insieme a Simona Senzacqua.

Sin dal titolo bulimico, è facile comprendere quanto Bonn Park, trentenne tedesco dal buffo volto naif e orientale, frutto delle sue origini coreane, fugga a gambe levate dalle consuetudini drammaturgiche e dalle regole della buona e sana scrittura. Se cercate una storia, non la troverete nei testi di Park. Così come il ritmo serrato o il frenetico scambio di battute velocissime o la sequenza di quadri a taglio cinematografico, chiavi del successo di tanta drammaturgia contemporanea, non appartengono al gusto di questo geniale autore. Nessun monologo che somigli a un flusso di coscienza, nessuno sforzo nella ricerca di relazioni tra i personaggi, nessun amore per lo svelamento di senso, per la sintesi o per la spiegazione razionale.

I non – testi di Park (questo Tristezza & Malinconia in particolare) procedono tra lunghissimi elenchi, infinite pause silenziose, racconti che (apparentemente) non si sa dove vogliano andare a parare. Eppure, e qui risiede la genialità di cui sopra, questo suo essere anti – testo, anti – regole, anti – tutto, funziona come e più di una drammaturgia accuratamente costruita secondo i canoni.

Lo dimostra questo spettacolo, in cui è normale che un animale (il George del titolo, appunto – si fa riferimento alla famosa tartaruga delle Galapagos, rimasta per lungo tempo l’ultima della sua specie, prima di morire) assuma le sembianze del grande e grosso Werner Waas e chiacchieri tranquillamente con un essere umano, in una sorta di intervista, raccontando pigramente la sua storia lunga quanto il mondo, una vita in cui George ha conosciuto i dinosauri, la rivoluzione francese e la seconda guerra mondiale, arruolandosi ovunque, mangiando animali farciti con altri animali, facendo l’amore a volte col preservativo e a volte no, a volte procreando, a volte no.

E così, mentre il mondo correva, George attraversava i millenni procedendo con inesorabile lentezza, senza che mai la felicità si permettesse di sfiorarlo (non ha nemmeno la soddisfazione di vincere la famosa gara con la lepre, come nella favola di Esopo. Semplicemente, a distanza di tempo, passeggerà di fianco al suo scheletro). Non ci ha nemmeno provato, George. Ha vissuto storie d’amore, delle quali poi si è annoiato, ma poi si è annoiato anche della noia ed è tornato a cercarle, ricavandone nuovamente tedio e apatia.

A nulla valgono i ripetuti tentativi della sua interlocutrice (Lea Barletti) che cerca con ogni mezzo di smuoverlo dal suo nulla e regalargli motivi per vivere ed essere felice, magnificando la sue doti e arrivando perfino a procurargli una sorta di tartaruga – escort che George, imperturbabile, rifiuta. Se ne sta lì, con il suo accappatoio verde e gli occhiali di sole, attraversando il palcoscenico in lungo e in largo (sempre con inesorabile lentezza) o abbandonandosi sulla poltrona con in mano un panino alla mortadella condito con una foglia di lattuga. Chiede di poter morire, gli viene risposto “No” e la sua conclusione non può essere che un tristissimo “Okay”.

In tutto questo c’è Raperonzolo, interpretata dalla meravigliosa Simona Senzacqua, che entra quattro volte in scena in un crescendo di depressione, sempre più vecchia, sempre meno entusiasta, con un principe imbranato che non riesce a salvarla finché, quando i suoi capelli raggiungono una lunghezza tale da consentirle di uscire autonomamente dalla torre in cui è rinchiusa, precipita schiantandosi al suolo ed esplodendo.

Raperonzolo che è metafora della metafora, in questo non – racconto che mischia Esopo e i Grimm, la realtà con la fantasia più estrema. La bella principessa è l’impossibile ricerca della felicità, che non può arrivare mai. E’ l’abbandono apatico ad una contemporaneità che Park non ama, fatta di inutili corse e di disincanto anche verso la meraviglia. E allora ecco che l’invenzione entra direttamente nel mondo reale, in una videoproiezione finale illuminante, in cui vediamo il nostro George uscire dallo stesso teatro in cui noi siamo seduti e incamminarsi chissà dove, in zona Navigli, sempre più lontano all’orizzonte, con il suo incedere lentissimo e rassegnato, verso un nuovo nulla, verso un impossibile “qualcosa” che è al contempo il nostro “tutto” e il nostro “niente”.

Massimiliano Coralli

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