Recensione: “Trascendi e sali”

trascendi e sali

Il medium è il messaggio

Guardando, e soprattutto ascoltando, l’ultimo lavoro teatrale di Bergonzoni, Il pensiero va fatalmente a Wittgenstein ed al linguaggio evocato da questo filosofo, fatto da labirinti di strade: se vieni da una parte ti sai orientare, giungi allo stesso punto da un’altra e non ti raccapezzi. Ed è piacevole per lo spettatore perdersi in questo dedalo di parole, è dolce il naufragar tra le consonanti liquide. Con buona pace di Heidegger, il comico si scrolla di dosso la neolingua horwelliana fatta da abbreviazioni e desolanti frasi paratattiche, e riprende in mano il controllo della phoné, non si fa dire dalla parola ma la dice, la presenta come irriducibile alterità, come paradosso di un significante che gira disperatamente il collo per guardare il significato che la linguistica gli ha appiccicato idealmente dietro le spalle.

trascendi e saliLo spettacolo parte su un torrione- scala, una penso-struttura, come la definisce l’attore, e lo spettatore ha la visione parziale dell’artista, ne può scrutare solo i piedi, come in un testo futurista. Mentre la voce marinettiana, batte furiosamente a macchina periodi torrenziali, e pone un assedio definitivo a Sebastopoli. Si mostra alla platea poi Bergonzoni, tra-sale e tra- scende, si muove con destrezza ed agilità in questa scenografia di sillabe che formano una scala di Giacobbe, puntata verso un cielo libertario. Il linguaggio, sembra dirci l’interprete, è il primo atto di un movimento spartachista, o l’ultimo ridotto di resistenza in cui ricostruire, fonema dopo fonema, la propria coscienza. Non è un gioco fine a se stesso, un divertissement, un bel esprit per divertire i cortigiani del re, ma un atto etico, una chirurgia etica, come lui stesso la definisce, per rifarsi il senno. Come un fiume carsico tra una calambour e l’altro, si affacciano temi sociali, l’immigrazione, in primis. Contestare i luoghi comuni del parlare diventa perciò un atto rivoluzionario, un modo per destabilizzare l’edificio di convenzioni linguistiche della borgeoisie. La coté bolognese delle battute dona certamente un valore aggiunto all’interpretazione, e fa da ulteriore detonatore alle risate in sala.

Se è vero che i limiti del mondo sono dati da quelli del linguaggio, l’attore riesce a travalicare le colonne d’Ercole della dicibilità, portandoci in un oceano tutto da esplorare, coniugando meravigliosamente la filosofia del linguaggio alla vis comica, ed inventando così una sua originalissima via teatrale, che in questa pièce si arricchisce di gesti e movimenti in grado di colonizzare l’orizzontalità e la verticalità dello spazio scenico. Il generoso capitale di applausi ripaga Bergonzoni dello sforzo verbale beckettiano di quasi due ore.

Danilo Caravà

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