Recensione: “Tradimenti”

tradimenti
foto Luca Del Pia

Michele Sinisi, regista ed interprete dello spettacolo, ha cercato una risposta ad una domanda fondamentale, una di quelle che, tolta la buccia esegetica del superfluo, rimane come un frutto drammaturgico del peccato, che crocchia piacevolmente sotto i denti dell’interpretazione, ovvero quale sia il segreto della parola di Pinter.

Ce la si ritrova davanti come un affascinante cubo di Rubik, come un fraseggio jazz che ti aggancia da subito, prima ancora di poterne indovinare il perché, ed ecco esplodere di fronte a lui ed allo spettatore, come le bottiglia agitata e spruzzata in scena, la risposta: la parola è un personaggio, anzi il personaggio. Vive nello schermo che capitalizza lo spazio scenico, in forma di parole luminose che si accendono, per dare uno spazio ed un luogo ai vari quadri che si avvicendano sul palco, insieme straniata didascalia brechtiana, per una dramma in cui le eccezioni vincono decisamente sulle regole, pagina del testo drammaturgico che si impone al pari del monolito kubrikiano sul testo scenico, ed infine opera d’arte contemporanea, bagnata dalle chiacchiere e dall’alto tasso alcolico di qualche vernissage. Avviene un vero miracolo in scena, una transustanziazione, in cui la sostanza della scrittura pinteriana diventa quella degli interpreti, i dialoghi sono veloci partite a squash, le uniche veramente giocate, e non semplicemente evocate.

Sono scambi serrati, sono meccanismi ad orologeria che funzionano con precisione svizzera, e quando toccano la racchetta fonetica dell’avversario si sente il “pac” del sottotesto, dell’intenzione, che è sempre deviante, altra, rispetto al senso letterale delle parole, è davvero l’Altro di lacaniana memoria a parlare, ad alzare la voce, sono Dei linguistici, grammaticali a reggere le fila della vicenda, ed il ritmo che tengono col piede è quello della battitura a macchina, o di un pezzo rock anni ’80 . I tradimenti sono vissuti con la naturalità di un rito borghese, di un assurdo che si fa normalità evocando Yeats letto a Torcello, ed insieme le due cose diventano naturali, come l’incontro fortuito, celebrato da Lautremont, di una macchina da scrivere ed un ombrello. Ma hanno anche in sé la forza di una metafora metateatrale, portano in dote, già nella loro etimologia, qualcosa che viene dato, consegnato, dalla scena alla platea, sono rapporti intensi, gustati con il brivido del proibito tra gli spettatori ed il testo rappresentato, sono atti di seduzione fatale, e, senza neanche accorgersi, parola dopa parola, ci si ritrova sul letto dell’attenzione, e tutto il mondo si concentra, come per magia, sul palcoscenico, e su quelle lettere illuminate, che danno un senso definitivo, grammaticale, alla verticalità. E‘ geniale la scelta di dare all’incontro tra tradito e traditore, che si apre grottescamente con la maschera dell’alce, dell’animale cornuto, l’effetto dell’eco, della voce che rimbalza sulle pareti della stanza, che si moltiplica, che si fa epica, e si scrolla di dosso con decisione ogni pruderie di moralità. Si racconta tutto senza un grammo di manicheismo etico, non ci sono buoni o cattivi, ci sono traditi, anzi, prima di tutto il resto, c’è l’atto stesso del tradire, del portare oltre, c’è un Mercurio misterioso in scena, una mano invisibile che porta le parole verso significati inaspettati. Persino le botte del marito, date alla moglie, hanno l’occhio da cinebrivido dell’Alex di Arancia meccanica, sono una forma di ultra violenza warholiana, moltiplicata cromaticamente ed accompagnata per contrasto dalle note di Jimmy Fontana, anche se la scena sembra dimostrare che il mondo raccontato da Pinter più che tondo, è quadrato, è pieno di spigoli che sembrano messi lì apposta per riempire l’anima di ematomi.

Stefano Braschi, l’amante, con la sua vocalità un po’ arrochita, costipata, lasciata a invecchiare in una laringe umida e cavernosa, ha la forza del personaggio che prende coscienza di sé, e cerca disperatamente di liberarsi dalla corda che la storia ha scelto per lui, ma è proprio il suo dire a legarlo ancora più stretto. Michele Sinisi, il marito tradito, riesce a gestire magnificamente il diluvio fonetico suo e degli altri personaggi, senza bagnarsi minimamente, conservando l’aplomb di uno straniero camusiano, cammina con decisione tra le battute, con le mani in tasca, che a volte prudono di emozioni forti, ed a volte si lasciano stordire dall’ennesimo drink. Stefania Medri gestisce al meglio il suo personaggio, e sorseggia foneticamente le sue battute come fossero un aperitivo, i suoi dialoghi sono lì, pronti meisnerianamente a dare la palla all’altro, si fanno ascolto, sono un fuoco costante, crepitante, continuamente ravvivato. E’ fatale che la storia, andando a ritroso nel tempo, creando idealmente una genealogia degli accadimenti, al posto di invecchiare, di chiudersi in una stanca razionalità, termini con il vagito dell’irrazionale, esprima un momento bacchico, una festa fatta di musica e colori, sintetizzabile nel senso di quel “Should I stay or should I go” dei Clash, traduzione rock di un dilemma amletico, diventi il chiudere gli occhi ed aprirsi alla danza di Arianna, ed al sorriso sornione di questo Bacco che la sa lunga, ed ha il nome di Harold Pinter.

Danilo Caravà

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