Recensione: “Totò e Vicè”

totò e vicè

Può capitare che Vladimiro ed Estragone, abbiano scientemente dimenticato di attendere God(ot), e prendendosi per mano, creino una genesi in minore, reinventino la realtà parola per parola, lasciando nelle loro stupite espressioni una sorta di “beckettenepare” rivolto al pubblico, magrittianamente destinati ad aprire l’ombrello, sospesi in un cielo di poesia. Può succedere che cambino il loro nome in Totò e Vicé e si facciano cantare dalla Diva gli infiniti lutti, tragicomici, di poeti mancati, seppelliti in qualche country churchyard, e facciano il loro meglio per scrivere con il suono delle loro parole una piccola elegia, in grado di lasciarsi catturare dal girotondo delle filastrocche, dal verbo che, giocando con un asta wittgensteiniana, possa saltare lo specchio del mondo per trovare nuove forme di vita, nuovi orizzonti di significanza.

Enzo e Vetrano e Stefano Randisi, i due interpreti, prendono il testo di Franco Soldati e lo portano allo spettatore come una preziosa lucciola tra le mani, per dimostrare che quella piccola magia di luce può vivere malgrado l’inquinamento di suoni mediocri, di rumori e borbotti contemporanei che rischiano di coprire la voce della luna. Ecco dunque tornare una Sicilia onirica, con gli occhi ancora umidi di sogni, la stessa della villa di Cotrone, anche qui manca il necessario, ma ci si arrangia con il superfluo, ed i fonemi sono un pasto da masticare lentamente affinché duri più a lungo. Non stupirebbe vedere spuntare la Sgricia con il suo angelo Centuno, e certe favole raccontate dalla voce liquida e ninnananneggiante di qualche nonna. Qui si fa poesia soffiando sulle stelle, chiamandosi insistentemente l’uno con l’altro per nome, per sentirsi un po’ più vivi, per regalarsi reciprocamente un po’ più di vita, almeno verbale. E la misura dell’esserci, della vita stessa, diventa il linguaggio medesimo , il flatus vocis finisce con il coincidere con il flatus vitae, dunque raccontare e raccontarsi diventa cartesianamente, per i personaggi, la garanzia ontologica dell’esistenza. Ma in realtà Totò e Vicé sono incastrati lì tra l’essere e il non essere, si accomodano a metà strada del dubbio amletico, e ci si siedono pure, non ci troverebbe del metodo Polonio nella loro follia, e verrebbe da aggiungere fortunatamente.

La loro clocharderie diventa qualcosa di molto di più di uno status sociale, esprime una nuova categoria esistenziale, si pone idealmente al margine di ogni cosa, quando il bambino era bambino e non faceva facce da fotografo. L’io è più sottile di una piuma è una eco scomposta che si scompone fatalmente in due voci, perché una coscienza per riconoscersi, per ritrovare un’identità deve paradossalmente sdoppiarsi, farsi due. Sono tenere queste amorevoli creature, sono sfuggite da un cielo felliniano, o potrebbero entrare in una commedia degli anni ’50 di Mastrocinque, e perdersi in una grande piazza di Milano per poi chiedere ad un vigile dove andare per andare dove devono andare. La morte, se ha avuto i loro occhi, ha lasciato ad essi lo stupore delle stelle, l’incantamento di fronte ad un reale i cui confini razionali si fanno sfumati quanto quelli di un acquarello. La loro forza è quella di non essere semplicemente personaggi, ma racconti, ed un racconto può sempre chiedere al pubblico chi è, dal momento che, parafrasando Pirandello, una novella ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, si rovescia sul foglio teatrale in forma di testo scenico. E’ parva sed apta mihi la casa scenografica di questi clown postmoderni, è fatta da una panchina, due valigie, per fingere di partire, di inventarsi un viaggio destinato a piegarsi in una linea curva, a chiudersi in un cerchio, attratto dall’irresistibile forza centripeta del raccontare, due soprabiti sdruciti, da lasciare come vestigia, come ultimo ridotto di resistenza dei personaggi, che continuano ad esistere anche quando il loro corpo è evaporato, attraverso una voce narrante.

Enzo Vetrano riesce a farsi efficacemente picciol cosa in scena, è un esserino un po’ magico in bilico tra la tristezza e l’ilarità, sembra nato dal veloce pennello di un Chagall, la sua voce è sottile, delicata perché il suo abbraccio, come quello degli anziani aedi, non faccia male all’ascolto, ma lasci una memoria di affetto, una struggente nostalgia di uno sguardo magico alla platea, una voglia di trovare sugli affollati marciapiedi di corso Buenos Aires qualche blakiana song of innocence, o un fanciullino pascoliano che faccia della poesia uno sguardo. Stefano Randisi è il contrappunto ideale, è l’altra voce più calda e pastosa, vestita da un sorriso steso al sole per asciugare l’umidità delle lacrime, è un fulmine che tiene dietro al baleno dell’altro personaggio, si lascia recitare dal compagno di scena con la naturalità del gioco del comico e della spalla in cui i ruoli si scambiano continuamente. La luce di questa piece non può che essere crepuscolare, ed il cerchio di Dioniso di lumini, che cartografa la curva chiusa dello spazio scenico, è screziata da fari che non superano volontariamente le colonne d’ercole dei toni dell’ambra, mentre due lampadine giocano ad esser stelle, dichiarando la loro poetica teatralità. Scrutando i visi fuori dal teatro, magari quelle che sono naturalmente a latitudini basse rispetto al nostro sguardo, verrebbe voglia di riconoscere tutti i Totò E Vicè che soffiano per tenere in piedi le stelle, come l’Atlante mitico reggeva il cielo.

Danilo Caravà

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