Recensione: “Ticket to ride”

ticket to ride
foto Nicola Cordi

GLI ANNI ’60 NELLE NOTE DEI BEATLES

Ticket to ride non è un omaggio ai Beatles. Il regista Emilio Russo ha subito voluto mettere chiarezza attorno al suo nuovo spettacolo presentato in prima nazionale al Teatro Menotti e la band di Liverpool è, infatti, il filo conduttore di un’opera che vede come protagonista un’intera generazione. Una generazione che non viene incensata, ma presentata con i suoi pregi e i suoi difetti, smontando con ironia alcuni suoi luoghi comuni ed esaltando al tempo stesso i suoi sogni e le sue battaglie.

Emilio Russo dirige dodici giovani attori che si dimostrano più che convincenti sia nel recitato che nel canto, interpretando un testo tutt’altro che semplice. Uno spettacolo per certi versi visionario come il videoclip di “Yellow submarine”, dove le luci e le scenografie proiettate sul palco si rivelano più che mai suggestive. Il vero punto di forza, però, è la coralità non solo nelle nove canzoni, ma ancor di più nel parlato, spazi scenici bene occupati e voci che si uniscono ed emergono spesso senza nemmeno far capire subito quale sia l’attore che sta parlando, un effetto che riduce il singolo a favore del gruppo, cioè dell’intera generazione rappresentata dai dodici interpreti.

Come in tutte le opere di Emilio Russo la musica diventa fondamentale e ovviamente non poteva essere diversamente in uno spettacolo che si intitola “Ticket to ride”. Niente cover dei Beatles però, ma arrangiamenti originali firmati da Andrea Salvatori (emozioni forti con “All the lonely people” e “Come together”) che lasciano l’attenzione dello spettatore sulla scena e non solo sulla musica. “Ticket to ride” non è una serata amarcord per ricordare i tempi andati, ma un momento di riflessione per ciò che gli anni ’60 hanno rappresentato e soprattutto hanno lasciato ai posteri.

Ivan Filannino

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