Recensione: “The Night Writer. Giornale notturno”

The Night Writer

Dal 15 al 17 marzo è andato in scena al Teatro dell’Arte, all’interno della rassegna FOG che porterà in Triennale spettacoli internazionali fino a giugno, ‘The Night Writer: Giornale Notturno’ di Jan Fabre, spettacolo che ci consegna un intimo testamento d’arte e di vita esposto dall’autore e regista con ironia, auto-celebrazione e auto-critica.

È complicato definire quest’opera: da un lato sarebbe riduttivo confinarla nella forma diaristica e, dall’altro, non contiene la performatività degli altri spettacoli dell’artista. Allora viene da pensare ad un testamento, ad un insieme di parole, più o meno ordinate nel senso o nella volontà di significazione, pensate e scritte per restare, per essere ascoltate, con una consapevolezza narcisistica che prima o poi queste avrebbero avuto un pubblico e avrebbero costituito le fondamenta di un lavoro, di un progetto di vita e artistico che oggi è tra i più celebri ed eclettici del panorama teatrale e culturale mondiale. Perché Jan Fabre era ben consapevole del fatto che avrebbe raggiunto traguardi importanti nella sua carriera, e tanto forte è stata (come traspare dallo spettacolo) l’autocritica quanto solida la convinzione che il suo corpo, la sua anima, il suo stesso sangue fossero intrisi di arte, che i suoi occhi avrebbero guidato la mente verso una conoscenza profonda e non a tutti accessibile.

Nello spettacolo vi è una ricognizione non ordinata di pensieri scritti tra il 1978 e il 1998 ad Anversa e New York alternata ad alcuni brani estratti dai suoi spettacoli, quasi a voler mettere a confronto, ma senza opposizione, le sue due porzioni di anima, la vita e l’arte, che poi capiamo inevitabilmente e indissolubilmente unite a dar forma ad un uomo che, quasi brechtianamente, imprime delle parole sul foglio e poi le giudica, ci riflette su ma senza mai rinnegarle o rinnegarsi. ’Sono un errore perché voglio essere un errore’ scrive ad un certo punto.

Proprio perché mancante di una cifra performativa mentre assume le forme di una confessione recitata (non solo sul palco ma anche nel momento che fu della scrittura; si percepisce un mettersi in scena prima che a nudo, Jan che testimonia l’esistenza e l’eccezionalità del regista, autore, scenografo Jan Fabre), lo spettacolo brilla di una potenza inattesa quasi esclusivamente grazie a Lino Musella, che accende le parole dell’artista e ci restituisce un fuoco di bravura, un vero incendio di talento. In equilibrio sull’ecletticità del personaggio, l’attore riesce sapientemente a canalizzare certe emozioni perché arrivino allo spettatore nella dose adeguata e al momento giusto ma inatteso; assistiamo ad una riscrittura scenica dell’intimità artistica di Jan Fabre che ne esalta l’interesse e l’apprezzamento del pubblico.

“Forse scrivo per scomparire, per sognare, per vivere, per esistere” scrive Jan Fabre nel marzo 1978 ad Anversa. Non è casuale, probabilmente, l’ordine degli stati che assume la sua scrittura: in qualche modo dobbiamo smettere di guardarci per tornare a vedere, perderci oltre i confini del sogno ed estendere gli estremi della vita, poi divenire essere ed esserci. Scrivere deve costituirsi come un atto illusionistico per un autore: svanire per ritrovarsi tra le parole, a pezzetti così piccoli, così alla rinfusa, da riconoscersi a malapena ma con la consapevolezza di esistere tra le righe, tra un punto e una virgola. Ancora Jan Fabre spezza la tradizione e fa del suo corpo un diario osceno ma che, provocatoriamente, “secerne arte”, per dirla alla sua maniera.

Giuseppe Pipino

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