Recensione: “The laughter”

the laughter
foto Lucia Puricelli

Il Cielo Sotto Milano è uno spazio teatrale situato all’interno della stazione del passante ferroviario milanese di Porta Vittoria. È alla sua terza stagione teatrale ed è gestito dalla compagnia Dual Band in collaborazione con l’associazione Artepassante, che da diversi anni si occupa della riqualificazione di spazi all’interno delle stazioni assegnandoli ad artisti. La peculiarità di questo ambiente è quindi, senz’altro, in primo luogo, l’ubicazione che, in aggiunta a delle grandi vetrate che permettono una osmosi continua con un pubblico di pendolari e passanti che curiosamente si affacciano per sbirciare le varie attività della compagnia, regala al Cielo Sotto Milano una forza unica di teatro performativo, nel senso più attuale del termine: l’intero teatro è in rapporto di stimoli reciproci e ininterrotti con la stazione che lo circonda e questo sicuramente è un elemento interessante e fortemente contemporaneo, per cui in un’ottica da un lato squisitamente futurista, la Milano che si muove si interconnette con la Milano che viene intrattenuta, grazie ad un filo rosso di lungimirante riqualificazione artistica del territorio milanese.

All’interno di questo spazio inusuale, il 16 e il 17 novembre è andato in scena The Laughter di Vladimir Olshanky, clown di origini russe, guest star del Cirque du Soleil e protagonista dello Slava’s Snowshow. La proposta drammaturgica di Olshanky si discosta dalle aspettative: The laughter è uno spettacolo didattico in cui vengono elencate 13 regole sull’essere clown. Circa 13… forse 10? Olshanky bara un po’ nei calcoli e guarda il pubblico divertito mentre si arrovella nel tentativo di tenere il conto. Mantenendo fede alla prima regola, l’interno show è interattivo, perché il clown, secondo l’attore, deve coinvolgere il suo pubblico. Infatti Olshansky, fin da subito, chiama sul palco una spettatrice e la fa diventare partecipe del suo numero, mentre lei ride divertita e anche leggermente imbarazzata.

Probabilmente è possibile definire The Laughter come una performance di riflessione dell’esperto artista su se stesso e sul suo trascorso. Una filosofia del clown, a partire da cosa significa essere clown, per poi mostrare, passo passo, per mezzo di una serie di capitoli, quello che il performer ha appreso lungo la sua immensa carriera. Quasi un workshop. Il pubblico ha imparato che la clownerie comprende il far ridere e il far piangere, e inoltre si espande anche verso la danza e l’arte dei mimi, si compone da piccole gag e spesso è farcita dall’esagerazione dei gesti.

Nel frattempo, tra un numero e l’altro, sotto ai piedi si può sentire il passare dei treni, che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è disturbante, bensì integrativo dell’atmosfera creata sia dal teatrante, che dal teatro stesso. Il clown, attingendo al suo enorme bagaglio esperienziale, danza, mostra diverse situazioni e crea un’ampia varietà di ambienti servendosi di una quantità di oggetti estremamente minima e semplice, ricordando ancora una volta quanto sia importante la fantasia, specialmente quella dei bambini, che seduti per terra, in prima fila, per ammirare meglio quel buffo pagliaccio, guardano fissamente con occhi sgranati le sue gesta e si lasciano rapire dall’abilità mostrata nei suoi giochi di prestigio. Olshansky, però, non entusiasma solo i piccini: anche un pubblico adulto è stato capace di cogliere e apprezzare l’ironia genuina del clown, permettendogli di coinvolgerli in più momenti, sempre col sorriso.

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