Recensione: “Terror”

terror
foto Valeria Palermo

Con “Terror”, Ferdinand Von Schirach è al suo primo esperimento drammaturgico. Da avvocato penalista e autore di noir quale è, porta il pubblico nella sua dimensione naturale. Un processo penale, in questa pièce teatrale nella quale da subito il pubblico è chiamato a prendere parte attiva, dovendo costituirsi come giuria popolare. Un processo penale molto ben raccontato, scandito da un ritmo privo di sbalzi, ma ben sostenuto da tutto ciò che appartiene ai suoi rituali: le procedure del presidente della corte, le tensioni del dibattimento, la chiamata dei testimoni.
È difficile distinguere da dove emani questa verosimiglianza scenica, se dalla scelta dell’autore o dalla mano della regista Kami Manns, che di certo non ha deciso di strafare né nell’allestimento dello spazio, pressoché vuoto, né nella direzione degli attori, lasciati sempre correre sul filo di una semplicità recitativa che, nella sua apparente quotidianità, risulta comunque molto potente.

La situazione di partenza è semplice ma apre ad un riflessione che tocca molti aspetti. Ciò cui si assiste è un processo, autentico fin dove il tempo e il contesto teatrale lo consentono. L’imputato è il maggiore Koch, un pilota dell’aeronautica militare reo di aver di aver abbattuto un boeing di linea della compagnia lufthansa ,con a bordo 164 passeggeri, a bordo del quale era in atto un dirottamento ad opera di un terrorista, deciso a puntare sullo stadio di Monaco di Baviera, in quel momento colmo di persone.

Cosa è più giusto? Sacrificare la vita dei passeggeri o rischiare la vita di settantamila persone?

Il maggiore deve compiere una scelta rapida. Decide di sparare. Al suo ritorno alla base viene immediatamente arrestato e, successivamente, processato. Al termine della fase testimoniale il pubblico, in quanto giuria popolare, è chiamato a decidere se il giovane pilota sia da reputarsi colpevole o innocente.

Si va ben oltre la finzione teatrale in questa pièce che, oltre a far vivere a pieno e in prima persona l’aula di un tribunale, coinvolge con grande intelligenza il pubblico per tutta la durata della messa in scena, aprendo a quesiti tanto interessanti quanto complessi e spaventosi. L’essenza del dibattito è se il maggiore Koch sia colpevole o innocente.
Il grande tema è però il confine che separa la legge dalla morale. Il modo in cui tale confine evidenzia la vulnerabilità dei sistemi democratici, talvolta costretti ad accettare dei vuoti normativi comprensibili, se si pensa che dovrebbero rispondere alla domanda se sia giusto uccidere degli innocenti per salvare la vita di altri. Se per il diritto che emana dalle carte fondamentali l’individuo è certamente inviolabile, come siamo portati a ragionare di fronte ad un caso privo di precedenti? Se è pure vero che la norma giuridica è come un fascio di luce per sua natura è destinato a lasciare delle zone d’ombra, è pure lecito pensare che queste ultime siano colmabili con le regole della morale e con i calcoli probabilistici?

Il meccanismo scenico funziona, non c’è dubbio su questo, poiché quello che ne emerge è un messaggio per nulla rassicurante. Chiamati a decidere della sorte di una sola singola persona, si ha l’impressione o la quasi certezza che qualunque cosa si decida possa non rispondere in ogni caso alla cosa giusta. I dubbi restano. Restano i dubbi mossi dall’etica, da un lato. E dall’altro i dubbi sull’efficacia di un sistema di diritto che appare comunque inerme e privo di potere d’azione immediato di fronte ad una guerra sempre più “liquida”, che arriva a trasformare dei normali cittadini che salgono su un aereo in un’arma di distruzione. Quel che certo è che in un processo penale, che si regge sempre sulla presunzione di innocenza, l’unica cosa possibile è valutare i soli fatti. La legge non può fare altro. Tutto ciò si potrebbe riportare ad una sola semplice domanda: è corretto, quando si parla di vite umane, fare riferimento al principio del male minore? Quanto è semplice accettare il fatto che il nostro diritto non è in condizione di risolvere in modo univoco un dilemma morale?

Si esce dalla sala con un voto emesso. Una persona assolta o condannata. E parecchi spunti di dibattito. Missione compiuta.

Dario Del Vecchio

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