Recensione: “Teoria del cracker”

Teoria del cracker
foto Pino Bernabei

Uno sguardo superficiale e poco attento potrebbe pensare di trovarsi di fronte al racconto di una storia d’amore. “Ricordo perfettamente il giorno in cui ci siamo incontrati”, “Quando le hai detto di noi tua madre si è messa a piangere”, frasi che nascondono significati molto più drammatici di quanto sembra e che Daniele Aureli svela goccia dopo goccia in “Teoria del cracker” spettacolo che apre la stagione del Teatro della Cooperativa.

La scenografia, non è scarna, è proprio assente, fa quasi impressione vedere i muri in via Hermada così nudi. Qualcosa sul palco però c’è, oltre all’attore. E’ la polvere, quelle piccole particelle che ricoprono il pavimento, avvolgono gli abiti, la pelle e i capelli di Aureli, che vedi svolazzare nel fascio di luce e ti chiedi come facciano a essere ovunque e soprattutto a infilarsi ovunque.

“Loro bruciano e noi respiriamo” dice il vecchio Mano Mozza. Non ci sono fatti o nomi reali in questa storia, la storia di una donna che di ammala in un piccolo paese del centro Italia. Non servono riferimenti per rivedere in essa tristi pagine di cronaca con fabbriche che dovevano portare lavoro e prosperità trasformarsi in pluriomicide.

teoria del cracker
foto Pino Bernabei

Il monologo di Daniele Aureli non arriva all’ora di durata e ha così il vantaggio di scatenare tutta la sua intensità con un continuo crescendo. L’attore cambia registro, interpreta diversi personaggi, perfino il cane a tre gambe che legge gli epitaffi al cimitero. Soprattutto Aureli riesce a offrire un’immagine visiva ben chiara, quasi cinematografica di quello che racconta, dalla vita di paese e alle visite in ospedale. Così tra una lacrima e una battuta, con quella maledetta polvere velenosa che continua a fluttuare per la sala, veniamo messi di fronte a quell’ospite indesiderato, divisi tra odio e malinconia. La maniacalità nel ricordare precisamente i numeri di giorni passati dall’ “Incontro” quasi irrita, il suono dell’ospedale gela il sangue, non esiste neanche un piccolo dettaglio che possa lasciare indifferenti. Ottima anche la scelta delle musiche dal potente rift di “I’m shipping up to Boston” dei Dropkick Murphys ad “Amore caro amore bello” di Bruno Lauzi fino alla malinconica ballada “Murder song” della norvegese Aurora.

Lo spettacolo si chiude con una parola di sole tre lettere che lascia tutto in sospeso, nessuna risposta ma tanta realtà.

Ivan Filannino

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*