Recensione: “Teatro Delusio”

delusio

Familie Flöz torna a Milano con Teatro Delusio, rappresentato al Tieffe Menotti dal 12 al 17 febbraio e lo fa, come sempre, incantando un pubblico estremamente variegato per età e gusti teatrali.

Delusio è la parola latina da cui deriva delusione ed etimologicamente indica il “prendersi gioco, canzonare”.

Ciò che più stupisce e, a tratti, emoziona dello spettacolo è proprio il suo porsi in equilibrio tra lo sberleffo verso il Teatro e l’amore nei suoi confronti, tra la parodia di un mondo e l’esaltazione delle galassie in ombra che gravitano attorno ad esso. Si alternano diverse rappresentanze, cantanti d’opera, danzatrici, attori, musicisti, che per una volta cedono il palco e la scena ai tecnici, a coloro che abitano il palco e lo costruiscono e lo smontano e ne vengono poi sfrattati, esclusi. Sono loro i protagonisti di questa operazione di Teatro-dietro-il-Teatro, le loro aspirazioni fittizie, i loro battibecchi, gli amori e gli errori che nascono e si dissolvono alle spalle del fondale, nell’oscurità delle quinte. Allora il pubblico esercita un voyeurismo che a sua volta subisce e per la prima volta si incontrano sguardi che, solitamente, non si incrociano mai.

Nessuna parola se non in forma fantasmatica, attraverso le canzoni che passano alla radio o le voci dalla televisione, o dalle arie operistiche che provengono dalla scena che non vediamo. Familie Flöz affida la teatralità alla maschera e la vita al corpo, che diviene espressione cangiante di volti artefatti e immobili, eppure straordinariamente umani nell’essere tipi espressivi di caratteristiche e atteggiamenti, così come di età e di etnie.

Rendere interessante l’aspetto meno appetibile del Teatro, quello tecnico. Comporre un dialogo senza parole tra i generi, tra le storie nella Storia, che sia sorprendentemente divertente e magico. Due propositi enormi realizzati mettendo in scena non i giganti, ma i nani del Teatro, quelli che non si vedono, che passano allo sguardo senza importanza, che dal piccolo mondo dei cavi, dei riflettori, di ciò che sta “dietro” costruiscono il grande universo che va in scena, davanti al pubblico. Poesia, ironia e ingegno che i Familie Flöz fondono sapientemente in una ricerca teatrale che si nutre dell’interiorità dell’uomo e dell’ambiente in cui si muove (in questo caso il palco o il suo retro) trasformando i corpi in parole vibranti, in suoni umani, esautorando la voce a favore del movimento e offrendo al posto del viso la sua esagerazione, caricatura, esasperazione. Perchè dell’umano fa parte anche il disumano e il viso comprende tutte le sue maschere e la compagnia tedesca, in un vortice di arti che spazia dal mimo alla commedia dell’arte passando per la clownerie, ce le mostra ogni volta su assi cartesiani di vite diverse, che sono i corpi, che sono ora i tecnici, solitamente gli attori, perlopiù noi, anche spettatori, anche uomini e donne, bambini o anziani, comunque persone ed essere nell’Umano o essere nel Teatro diventa sempre meno distante.

Giuseppe Pipino

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